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Macron, due piedi e più scarpe: parla l’analista Manlio Graziano

Le mosse di Macron con la sua politica del cosiddetto en même temps spiegate dall’analista geopolitico Manlio Graziano

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Il Cremlino ha avvertito l’Eliseo. Di fronte all’ipotesi di inviare truppe Nato in Ucraina ha rispolverato il ricordo della dolorosa sconfitta di Napoleone contro la Russia, che costò la vita «a più di 600mila soldati», come sottolineato da Vyacheslav Volodin, portavoce della Duma (la Camera bassa della Federazione Russa) nonché fedelissimo di Putin.

Ufficialmente il presidente francese non ha replicato, ma ha giocato un’altra carta: l’invito rivolto al Cremlino a prendere parte alle celebrazioni per l’anniversario dello sbarco in Normandia. «È senz’altro una mossa interessante, conferma un atteggiamento che ha contraddistinto l’operato di Macron fin dal suo insediamento nel 2017» commenta Manlio Graziano, analista geopolitico presso le Università Sciences Po e Sorbona di Parigi, autore del volume “Disordine mondiale”.

«È la politica del cosiddetto en même temps, che potremmo tradurre “allo stesso tempo”. Significa cercare di destreggiarsi mantenendo i piedi in più scarpe e volendo essere sempre dappertutto. Macron lo ha fatto in politica interna, cercando di raggiungere l’elettorato sia di destra che di sinistra, ma al contempo distinguendosi dalle posizioni radicali. Lo fa anche nei rapporti con l’estero, cercando di mantenere il dialogo con la Russia pur restando in aperta contraddizione con altre sue posizioni».

L’invito a Mosca per il prossimo 6 giugno ha scatenato dure reazioni da parte degli alleati, ma anche nell’opinione pubblica francese «in cui aumenta la stanchezza per la guerra in Ucraina e cresce la preoccupazione per le conseguenze economiche dei conflitti» aggiunge Graziano. «Non a caso anche il primo ministro Attal ha usato la minaccia russa per giustificare l’incremento delle spese militari. Siamo però alla vigilia del voto europeo che è un test per tutti, in Italia come in Francia.

Oltralpe sono tra l’altro alle prese con le proteste in Nuova Caledonia di cui da noi si è parlato poco, ma che stanno rischiando di trasformare in una nuova piccola Algeria questo territorio francese che si trova fra l’Australia e le isole Fiji». Da tempo la popolazione locale lotta per l’indipendenza, ma Parigi ha appena varato una nuova legge elettorale percepita dai nativi kanak come discriminatoria. Come se non bastasse è stato bloccato TikTok – ritenuto un veicolo di incitamento delle manifestazioni – e si accusa anche l’Azerbaijan di sostenere i gruppi insurrezionalisti, insieme a Cina e Russia.

Ancora una volta la Francia si mantiene però su un doppio binario: è stata l’unico Paese tra i big europei a presenziare alla cerimonia di insediamento del presidente Putin, definita da qualcuno come «l’incoronazione dello zar»: «Non c’erano neanche rappresentanti delle istituzioni dell’Unione. Il fatto è che la Francia ritiene di essere la mente pensante dell’Ue, soprattutto perché in questo momento la Germania è in evidente crisi» osserva Graziano. «Parigi cerca di accelerare: lo fa con la guerra in Ucraina e le dichiarazioni ambigue di Macron, lo fa con la crisi a Gaza, soprattutto di fronte alla perdita di influenza degli Usa».

L’Eliseo prende dunque posizioni autonome anche in vista del voto americano di novembre: per Graziano «importa relativamente poco chi vincerà fra Trump e Biden, perché da tempo gli Usa non riescono ad assumere posizioni nette e autorevoli. E quando lo fanno sono sempre meno influenti, come dimostra lo stallo fra Israele e Hamas».

di Eleonora Lorusso

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