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TÄRA racconta “Zefiro”, un vento tra identità e suono: “Mostrare coraggio può dare coraggio”

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“Zefiro”, l’EP di debutto di TÄRA, un lavoro che tiene insieme cultura levantina, R&B e pop contemporaneo per trasformare il tema dell’identità in una mappa emotiva

TÄRA

TÄRA racconta “Zefiro”, un vento tra identità e suono: “Mostrare coraggio può dare coraggio”

“Zefiro”, l’EP di debutto di TÄRA, un lavoro che tiene insieme cultura levantina, R&B e pop contemporaneo per trasformare il tema dell’identità in una mappa emotiva

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TÄRA racconta “Zefiro”, un vento tra identità e suono: “Mostrare coraggio può dare coraggio”

“Zefiro”, l’EP di debutto di TÄRA, un lavoro che tiene insieme cultura levantina, R&B e pop contemporaneo per trasformare il tema dell’identità in una mappa emotiva

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C’è un vento che non si vede, ma che lascia tracce precise: nei suoni, nelle immagini, nelle appartenenze, perfino nelle fratture interiori. È da questa intuizione che nasce “Zefiro”, l’EP di debutto di TÄRA, un lavoro che tiene insieme cultura levantina, R&B e pop contemporaneo per trasformare il tema dell’identità in una mappa emotiva fatta di passaggi, radici e trasformazioni.

A raccontarcelo è la stessa artista, che lega il progetto a un’immagine invisibile ma fortissima: “È nato in realtà proprio dall’idea della parola Zefiro”, spiega. Un’idea che per lei rimanda a una forza impalpabile ma concreta, “come il vento che è qualcosa che tu non vedi, ma senti”, capace di riportarla a parti di sé ancora da scoprire e perfino di condurla “anche in luoghi fisici che non posso raggiungere”. Da qui nasce non solo il titolo, ma il vero cuore concettuale del disco: un attraversamento continuo tra dentro e fuori, tra memoria e possibilità.

Dentro “Zefiro” questa tensione prende forma anche sul piano sonoro, dove convivono due anime che TÄRA ha voluto mantenere entrambe vive. “Ho voluto mantenere proprio questa dualità tra un po’ il moderno, i suoni più normali, commerciali, e la parte più tradizionale, più etnica”, racconta. Una scelta che non ha il sapore della costruzione teorica, ma quello dell’identità: “Questo EP rappresenta perfettamente me, quindi a livello di identità era giusto anche mantenerlo sotto quel punto di vista”.
Tra gli elementi più peculiari di Zefiro non è infatti la semplice contaminazione tra mondi diversi, ma la naturalezza con cui questa fusione avviene. Le sonorità arabe, le scale, certe aperture melodiche e certe risonanze non arrivano come una citazione da laboratorio, ma come una lingua madre musicale. “Io ho sempre ascoltato fin da piccola la musica araba, quella un po’ più classica” ci spiega TÄRA, sottolineando come per lei “fosse anche un po’ naturale usare questo tipo di scale”. Non c’è dunque un’operazione a tavolino, ma un gesto organico, quasi inevitabile, che rende l’EP un vero biglietto da visita artistico.

Accanto alla ricerca musicale, Zefiro porta con sé anche un’urgenza tematica molto chiara. I brani dell’EP si muovono dentro questioni che oggi nella musica italiana non sono affatto scontate: identità, diaspora, appartenenza. TÄRA ne parla con lucidità, riconoscendone il valore politico e simbolico del prendere posizione. “Secondo me, se mostri coraggio nel farlo, puoi dare coraggio anche alle persone intorno a te”, osserva. E aggiunge un punto decisivo: usare la propria voce significa farlo “anche per chi magari la usa meno”, o addirittura per chi “non la usa proprio”.

È una posizione che dentro il disco si traduce in una scrittura personale ma aperta, capace di far dialogare esperienza individuale e riflessione collettiva. In questo senso “Diaspora” diventa qualcosa di più di un riferimento geografico: è una frattura interna, uno spostamento identitario, il racconto di cosa significhi sentirsi percepiti come altro anche nel luogo in cui si vive. Allo stesso modo, nel progetto emerge una riflessione sugli standard di bellezza e sulla possibilità di sottrarsi a modelli imposti, “come fai a sentirti bella anche se ci sono degli standard di bellezza occidentali che magari possono andare contro quelli che sono i tuoi”.

Anche il lavoro sui testi segue questo doppio binario tra immediatezza e costruzione. TÄRA racconta di una scrittura che a volte nasce di getto, ma che poi chiede un secondo momento di rifinitura e coerenza: “Di getto può nascere una o due tre frasi, poi la parte difficile è andare a costruire effettivamente quello che viene dopo”. È lì che entra in gioco il lavoro più complesso: dare continuità al peso emotivo e poetico dell’immagine iniziale, senza disperderne la forza. Il percorso che porta oggi a Zefiro parte da lontano. TÄRA racconta di un rapporto con l’arte nato in famiglia, in un ambiente dove, pur tra professioni lontane dal mondo musicale, la creatività era presenza quotidiana. “Mia mamma ha una bellissima voce, mio papà fa un sacco di arte con le mani”, dice, spiegando come la musica sia diventata col tempo la sua forma espressiva più naturale, quella capace di raccogliere tutti gli input ricevuti e trasformarli in una visione personale.

In questa prospettiva, l’EP di debutto non appare soltanto come un primo passo discografico, ma come una dichiarazione di identità. Un lavoro che mette insieme il vento e la radice, il corpo e la memoria, l’Oriente e l’Occidente. E che soprattutto dimostra, con grazia e precisione, come il pop possa ancora essere un luogo di complessità e di verità.

di Federico Arduini

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