Willie Peyote racconta “Anatomia di uno schianto prolungato”: “Viviamo un’epoca piena di contraddizioni”
Il nuovo lavoro di Willie Peyote un disco notevole, scritto e costruito con grande cura, che merita un ascolto attento e che conferma la statura di una penna sincera come poche
Willie Peyote racconta “Anatomia di uno schianto prolungato”: “Viviamo un’epoca piena di contraddizioni”
Il nuovo lavoro di Willie Peyote un disco notevole, scritto e costruito con grande cura, che merita un ascolto attento e che conferma la statura di una penna sincera come poche
Willie Peyote racconta “Anatomia di uno schianto prolungato”: “Viviamo un’epoca piena di contraddizioni”
Il nuovo lavoro di Willie Peyote un disco notevole, scritto e costruito con grande cura, che merita un ascolto attento e che conferma la statura di una penna sincera come poche
C’è un titolo quasi da romanzo o da film d’autore e poi c’è un disco che dentro quel titolo prova a tenere insieme il crollo del mondo e quello più intimo, personale, del corpo e del tempo che passa. “Anatomia di uno schianto prolungato”, il nuovo album di Willie Peyote, nasce così: da un’idea arrivata prima ancora che il disco fosse finito, da un’immagine verbale capace di contenere già il senso del progetto: “Mi piaceva l’idea di un titolo lungo, che richiamasse un po’ il cinema anni ’60 e ’70 o alcuni titoli di Marquez, tipo ‘Cronaca di una morte annunciata’”, racconta l’artista torinese. E subito chiarisce il cuore del paradosso: “Lo schianto non può tecnicamente essere prolungato, quindi le due cose sono in contrasto. Mi piaceva avere un ossimoro nel titolo perché ritengo che stiamo vivendo in un’epoca piena di contraddizioni”

È proprio questa tensione tra piani diversi a definire il disco. Da una parte il racconto di una caduta collettiva – “la caduta del sistema nel quale viviamo, il sistema capitalistico, il crollo delle ideologie, il pianeta che sta morendo” – e dall’altra una dimensione più fisica, esistenziale, quasi biologica: “C’è anche un racconto anatomico: sono entrato in un momento nella stagione della mia vita che, per la prima volta, va verso la fine. Comincio a sentire il mio corpo che va verso il deperimento e quindi è una caduta anche personale e umana”. In questa doppia traiettoria, pubblica e privata, Willie Peyote costruisce un lavoro che sembra tenere insieme osservazione del presente e consapevolezza anagrafica, tensione politica e fragilità personale. Ma accanto al titolo e ai temi, nell’intervista torna con forza soprattutto il discorso sul sound. E qui Peyote è molto netto: non c’è stato un disegno rigido, non c’è stata una scaletta di intenzioni del tipo “facciamo un pezzo così, facciamo un pezzo cosà”: “Per questo disco abbiamo seguito la strada del fare delle canzoni in maniera molto naturale, quindi non abbiamo avuto un’idea di base di partenza. Abbiamo seguito il flusso e quindi sono venute fuori le cose”. È un passaggio importante, perché spiega bene come il disco non nasca da una formula ma da una dinamica di lavoro condivisa, organica e spontanea.
Eppure, pur senza essere programmata, una matrice sonora precisa emerge con chiarezza: quella degli anni Novanta. Non come nostalgia di maniera, ma come lessico comune della squadra che ha costruito il disco: “Siamo comunque un team di lavoro… io, Genta, i musicisti abbiamo più o meno tutti gli stessi anni e siamo di una generazione che è cresciuta con l’ascolto degli anni ’90, quindi un po’ è la nostra lingua comune”. Una memoria musicale che riaffiora naturalmente nei brani, nei colori, nelle atmosfere, persino nell’immaginario visivo della copertina, che Willie descrive così: “Potrebbe essere una copertina degli Incubus e mi ricorda i colori di Californication”.

Il punto, però, è che “Anatomia di uno schianto prolungato” non si limita a rievocare un decennio. Piuttosto, lo assorbe e lo rielabora dentro una scrittura e un suono che Williw percepisce come più vicino alla tradizione italiana rispetto ad altri suoi lavori. “È un disco che io ritengo abbia i suoni più italiani del solito”, spiega. Una frase che suggerisce uno spostamento interessante: dentro una grammatica musicale condivisa con la sua generazione, Willie sembra cercare una forma più nitida, più riconoscibile, forse anche più emotivamente esposta.
In questo senso, il nuovo singolo “Burrasca” rappresenta bene un ulteriore passaggio del suo percorso. Inserito nell’album insieme a “In cerca di uno schianto”, brano presente nei titoli di coda del documentario “Willie Peyote – Elegia Sabauda”, il pezzo mostra un lato meno sarcastico e più sospeso del cantautore torinese, quasi una ballata affidata alla voce e alla fragilità. Attorno, il resto del progetto si muove tra scrittura personale, tensione narrativa e un suono che nasce dal confronto costante con Stefano Genta, collaboratore storico, produttore musicale e fonico, che accompagnerà Willie anche negli incontri col pubblico per raccontare retroscena e fasi di lavorazione del disco.

Il risultato dunque è un disco notevole, scritto e costruito con grande cura, che merita un ascolto attento e che conferma la statura di una penna sincera come poche, capace anche stavolta di raccontare il presente senza infingimenti. Se rispetto ad altri lavori il colpo appare meno frontale, non per questo il messaggio si fa più debole: resta nascosto tra le pieghe del foglio, nelle immagini, nei dettagli, nelle contraddizioni che Willie Peyote continua a mettere a fuoco con lucidità. Senza mai davvero nascondersi. Del resto è proprio questa, da sempre, una delle sue qualità più riconoscibili: dire le cose come stanno.
Un percorso artistico e umano, quello dell’artista all’anagrafe Guglielmo Bruno che i fan potranno conoscere meglio anche in una serie di presentazioni e firmacopie. In molti appuntamenti in giro per l’Italia Willie Peyote sarà affiancato dal suo storico collaboratore Stefano Genta per raccontare i retroscena della nascita dell’album. L’attesa più grande resta però quella per il palco. A fine anno il cantautore torinese tornerà protagonista dal vivo con un Club Tour che prenderà il via il 10 ottobre dal Vox di Nonantola (Modena) e toccherà città come Milano, Napoli, Firenze, Bologna, Roma e Padova, per un calendario che promette di essere uno dei più interessanti del prossimo autunno italiano: “Presentare un progetto nuovo ha più senso nei club che non in un contesto estivo, perché nel club puoi portare un discorso più legato alla narrazione di un progetto”.
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- Tag: musica
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