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De Gregori e l’elogio delle “perfette sconosciute”: “Sold out è una parola che mi dà fastidio”. E su Sanremo: “Quando morì Tenco giurai di non andarci”

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Francesco De Gregori torna a “Nevergreen (Perfette sconosciute)” e lo fa rivendicando non solo un progetto artistico, ma una precisa idea di musica

De Gregori

De Gregori e l’elogio delle “perfette sconosciute”: “Sold out è una parola che mi dà fastidio”. E su Sanremo: “Quando morì Tenco giurai di non andarci”

Francesco De Gregori torna a “Nevergreen (Perfette sconosciute)” e lo fa rivendicando non solo un progetto artistico, ma una precisa idea di musica

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De Gregori e l’elogio delle “perfette sconosciute”: “Sold out è una parola che mi dà fastidio”. E su Sanremo: “Quando morì Tenco giurai di non andarci”

Francesco De Gregori torna a “Nevergreen (Perfette sconosciute)” e lo fa rivendicando non solo un progetto artistico, ma una precisa idea di musica

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Francesco De Gregori torna a “Nevergreen (Perfette sconosciute)” e lo fa rivendicando non solo un progetto artistico, ma una precisa idea di musica. Al centro ci sono ancora una volta le canzoni laterali, quelle meno celebrate, meno esibite, meno trasformate in patrimonio da coro collettivo. Ma intorno c’è molto di più: una riflessione sul mercato, sulla libertà dell’artista, sul senso del live e anche sul ruolo pubblico di chi sale su un palco. Per spiegare il senso del titolo, De Gregori parte da una definizione quasi autoironica. Nevergreen, ci dice in conferenza a Milano, è “un innesto un po’ maccheronico dell’inglese” costruito a partire da evergreen, cioè le canzoni famose, “quelle che riguardano la storia”. Al contrario, nevergreen può indicare “le canzoni che non sono mai diventate famose e che forse mai diventeranno famose”. Per chiarire ulteriormente il concetto, sulla locandina compare anche la dicitura tra parentesi: perfette sconosciute.

Eppure proprio l’esperienza del 2024 al Teatro Out Off di Milano ha messo in discussione, almeno in parte, questa definizione: “Quando abbiamo fatto gli spettacoli del 2024, ci siamo resi conto che il pubblico che veniva in realtà conosceva tutte”, racconta. Merito, osserva con affetto, di quelli che lui chiama “i talebani di De Gregori”, cioè gli ascoltatori più fedeli, quelli capaci di riconoscere anche i brani più appartati del suo catalogo: “Io dicevo: adesso farò una canzone che nessuno conosce. Ma qualcuno diceva ‘No ma io la conosco benissimo’. Forse succederà anche questa volta e la cosa non potrà che farmi piacere”. Resta però una precisazione necessaria, soprattutto per il pubblico più generalista. Nei concerti di Nevergreen non bisogna aspettarsi i grandi classici del suo repertorio: “Nessuno deve aspettarsi che io faccia ‘Generale’”, chiarisce, e subito allarga il discorso: “Niente ‘La donna cannone’, niente ‘Rimmel’”. Poi, con il solito umorismo asciutto: “Il pubblico è avvertito prima e non potrà chiedere rimborso”.

Il progetto si articola in tre segmenti precisi. Il primo è il film, che andrà in onda il 4 giugno su Rai 3 e che è stato girato proprio all’Out Off da Stefano Pistolini. Il secondo è il disco live, in uscita il 16 ottobre 2026 con il titolo Nevergreen (Perfette sconosciute). Il terzo è quello delle nuove residenze: dal 27 ottobre al Teatro Sala Umberto di Roma e dal 25 novembre di nuovo al Teatro Out Off di Milano. Un percorso coerente, ma soprattutto pensato per mantenere il più possibile una dimensione ravvicinata, quasi fisica, del rapporto con chi ascolta.

Sul film, De Gregori insiste molto su ciò che non è. “Non è un biopic” e la parola biopic è una di quelle che confessa di sopportare poco. Il motivo è semplice: quel tipo di racconto, spiega, tende a trasformare la musica in cornice illustrativa di un’autonarrazione spesso ingessata: “Inchiodano l’artista su una seggiola come questa, gli fanno fare un’intervista di due ore su se stesso e poi spalmano questa intervista fra una canzone e l’altra”. In mezzo, naturalmente, arrivano amici e parenti a dire quanto sia bravo l’artista. Un meccanismo che De Gregori rifiuta da sempre. Per questo, racconta, l’idea condivisa con Pistolini è stata un’altra: “Rappresentare semplicemente un musicista e la sua band al lavoro davanti al pubblico”. Anche con le prove del pomeriggio, perché durante la residenza sono state suonate circa settanta canzoni e molte andavano riprese quasi all’ultimo momento. “Questo film non è un film patinato”, sottolinea. “Potrei dire che è un film grunge”.

Attorno a questo nucleo ruota anche un discorso più ampio sul presente della musica dal vivo. De Gregori guarda con fastidio alla “rincorsa ai grandi numeri” e al modo in cui, anche sui giornali, si tende a raccontare quasi soltanto chi riempie stadi e palazzetti. “Sold out è una parola che mi dà fastidio”, dice senza giri di parole. E aggiunge che in Italia “c’è tanta gente che fa musica e che non può riempire un teatro nemmeno medio piccolo”, pur avendo un pubblico possibile di cento o centocinquanta persone. È quella, secondo lui, la musica che viene dal basso e che andrebbe “promossa e incoraggiata”.
Il ragionamento ha anche una radice autobiografica molto concreta. De Gregori ricorda di aver iniziato la propria carriera in un locale minuscolo e di sapere bene che, se quel posto non fosse esistito, forse lui non sarebbe neppure lì a parlarne oggi. Per questo insiste sull’importanza dei piccoli spazi, dei club, dei luoghi dove il rapporto con il pubblico si costruisce un po’ alla volta, fuori dalla pressione dei numeri. Quei locali, osserva, stanno chiudendo oppure si svuotano perché l’artista che ci suona “non è abbastanza conosciuto”. Anche le radio, ammette, non sono mai state particolarmente generose con lui: molte sue canzoni, al di là del pubblico che comprava i suoi dischi, non sono mai davvero passate dal circuito della rotazione massiva.

In questo senso, “Nevergreen” non è un rifugio ma una scelta di campo. Se dovesse scegliere una dimensione ideale per suonare, non avrebbe dubbi: “I club sicuramente”. Gli piace il pubblico vicino, magari anche un po’ “caciarone”, libero di vivere il concerto con meno compostezza, di uscire a fumare una sigaretta, di muoversi senza sentirsi dentro un rito troppo ingessato. Il teatro piccolo viene subito dopo, con la sua intensità raccolta. Ma non c’è nessuna demonizzazione delle altre forme: palazzetti e grandi teatri non gli fanno “schifo”, semplicemente rappresentano esperienze diverse, da mettere una accanto all’altra come perline di una stessa collana. Dentro questa libertà rientra anche il rapporto con il mercato. De Gregori rivendica da sempre una postura poco allineata: non ama la televisione, non ha mai frequentato Sanremo, non si lascia guidare dalle regole del mainstream. Su questo punto, durante l’incontro, ha ricordato un episodio decisivo della propria adolescenza: “Io avevo 16 anni, 17 anni, e già pensavo di fare il cantante, di scrivere canzoni, perché mi piacevano i cantautori. E si uccise Luigi Tenco. Io quella sera giurai a me stesso che non sarei mai andato al Festival di Sanremo a nessuna condizione”. Un giuramento che non è mai venuto meno e che restituisce bene la sua idea di autonomia, non come posa ma come disciplina interiore.

La stessa autonomia emerge anche quando parla del presente e del futuro della canzone d’autore. Se oggi avesse vent’anni e scrivesse Rimmel, osserva con amarezza, probabilmente non troverebbe spazio. Non perché quel linguaggio non abbia più valore in sé, ma perché è cambiato il sistema che decide cosa premiare. “La canzone come l’ho intesa io, come l’hanno intesa tanti artisti prima di me, non ha più spazio oggi”, dice. Non lo afferma con disprezzo verso altre forme musicali, ma con la lucidità di chi sa riconoscere che il mercato e gli algoritmi tendono ormai a orientare produzione e promozione. Ed è proprio questa la sfida: sfuggire all’algoritmo o, almeno, non lasciarsi governare completamente da esso.

A questo si lega anche un altro punto delicato: il rapporto tra artista e intervento pubblico. De Gregori guarda con un certo scetticismo ai proclami dal palco, specie quando riguardano questioni internazionali, guerre, posizionamenti morali netti: “Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta, apodittica”, afferma. Non perché neghi il diritto di farlo, ma perché non si riconosce in quel ruolo. “Io sensibilizzo attraverso le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico”. E ancora: “Non mi sento superiore a nessuno da poter insegnare come si vive o quale posizione prendere su Gaza o su Israele”. “Contengo moltitudini”, dice citando Whitman, per spiegare che il suo pensiero non è totalitario e che proprio per questo non si sente autorizzato a impartire lezioni.
Questo atteggiamento si riflette anche nel rapporto con la scrittura. De Gregori ha ammesso senza retorica che da circa dieci anni non sente più ribollire l’ispirazione dentro di sé: “La cosa mi dispiace, ma non ne faccio un dramma”, spiega. Per scrivere una canzone non basta la tecnica: ci vuole qualcosa che precede la tecnica, una scintilla che in questo momento non sente. Eppure questo non significa affatto un addio alla musica. Può continuare a fare concerti finché ne avrà voglia, perché le canzoni già scritte sono tante e continuano a vivere sul palco in modi sempre diversi: “Quando smetterò, non farò nemmeno un grande annuncio prima: semplicemente sparirò”, dice con quella secchezza che, nel suo caso, somiglia più a una forma di eleganza che a una provocazione.

Nel frattempo, però, “Nevergreen” continua ad allargarsi. C’è il disco live, difeso con forza da chi considera legittimo documentare dal vivo ciò che succede in concerto. C’è il film, che rifiuta il patinato e sceglie il lavoro, le prove, gli errori, la prossimità. E ci sono le canzoni, naturalmente.
In fondo è proprio questo il senso più forte di “Nevergreen”: sottrarre la musica alla gerarchia automatica delle hit, dei compleanni discografici, della nostalgia organizzata. Rimettere al centro il rischio, la curiosità, la libertà di cantare anche ciò che non è diventato monumento. E farlo, ancora una volta, da una posizione insieme laterale e centralissima: quella di un artista che continua a scegliere il proprio passo.

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