L’arca di Francesco Cavestri: con “NOÈ” il jazz naviga tra elettronica, classica e futuro
Il quarto album di Francesco Cavestri, classe 2003, primo per Universal Music Italia. Un viaggio sonoro durato quasi due anni, dalle notti solitarie al pianoforte a Bologna fino alle orchestre di Budapest, passando per i club di New York
L’arca di Francesco Cavestri: con “NOÈ” il jazz naviga tra elettronica, classica e futuro
Il quarto album di Francesco Cavestri, classe 2003, primo per Universal Music Italia. Un viaggio sonoro durato quasi due anni, dalle notti solitarie al pianoforte a Bologna fino alle orchestre di Budapest, passando per i club di New York
L’arca di Francesco Cavestri: con “NOÈ” il jazz naviga tra elettronica, classica e futuro
Il quarto album di Francesco Cavestri, classe 2003, primo per Universal Music Italia. Un viaggio sonoro durato quasi due anni, dalle notti solitarie al pianoforte a Bologna fino alle orchestre di Budapest, passando per i club di New York
Se con il precedente “IKI – Bellezza Ispiratrice” aveva indagato la forza generatrice dell’estetica, oggi Francesco Cavestri alza lo sguardo e guarda alla sopravvivenza. È disponibile da ieri “NOÈ”, il quarto album del pianista e compositore bolognese (classe 2003), pubblicato per la divisione Classics & Jazz di Universal Music Italia. Un disco che si pone un obiettivo ambizioso: attraversare il caos contemporaneo per trovare una salvezza possibile attraverso la musica.
Il titolo non è casuale. “NOÈ” è un’imbarcazione sonora che accoglie al suo interno “specie” musicali diverse, salvandole dal diluvio delle etichette. E l’attitudine di Cavestri è proprio quella del costruttore, dell’artigiano: non a caso, nel progetto grafico curato dal team di Universal, l’artista appare in salopette, con un martello e un taccuino di appunti: “La salopette indica un rapporto viscerale, corporale con la musica” ha raccontato Cavestri durante la presentazione milanese da Steinway & Sons. “Così come c’è la costruzione fisica di uno strumento, c’è l’organizzazione della musica. Il jazz per me è quest’arca: può includere al suo interno qualsiasi mondo musicale, traghettandolo verso la salvezza”.
In 10 brani e 40 minuti di durata, il disco abbatte i confini di genere. Si passa dal trio jazz di matrice contemporanea al pianoforte solo, dalle sperimentazioni elettroniche e urbane fino alla scrittura sinfonica.

Il disco è il frutto di un lungo viaggio iniziato nel settembre 2024 e conclusosi nel marzo 2026 agli Universal Recording Studios Italy (con tecnologia Dolby Atmos e un magnifico pianoforte Steinway B211). Il processo creativo di Cavestri si è mosso su due binari paralleli. Da un lato, il rapporto intimo con lo strumento acustico: “Mi siedo al pianoforte in una stanza buia e silenziosa, magari alle due di notte a Bologna, e lascio fluire le idee”, confessa sorridendo, ringraziando i vicini per non essersi mai lamentati. Dall’altro, l’approccio da producer: allontanarsi dalla tastiera per esplorare tablet, computer e sintetizzatori, per poi far incontrare questi mondi in studio di registrazione.
È così che nascono brani come il seduttivo “Omen of a Sea”, dove pattern elettronici incontrano atmosfere alla Philip Glass, o il singolo “Freedom”, che mescola campionamenti vocali di stampo urban con una ritmica jazzistica. E citando Ennio Morricone, Cavestri ricorda che “l’elettronica è come avere a disposizione una tela di suono infinita, dove qualsiasi rumore può essere rielaborato”.
L’album si chiude con “Souvenir di un Bacio”, il primo seme dell’intero progetto piantato quasi due anni fa, che vede Cavestri affiancato dalla maestosità della Budapest Scoring Orchestra, con gli arrangiamenti curati insieme a Riccardo Marchese e la produzione di Luca Mattioni.
Un respiro internazionale che Cavestri ha recentemente toccato con mano durante il suo tour nordamericano, esibendosi a Toronto, in uno spazio multiculturale di Chicago (dove un artista contemporaneo lo ha ritratto dal vivo mentre suonava) e in un Istituto di Cultura a New York andato tutto esaurito. Un’esperienza che ha confermato la sua visione: negli Stati Uniti i generi sono visti come convenzioni da superare, barriere da abbattere.

Il risultato di tutto questo processo è un’opera di una raffinatezza unica, in cui l’acqua del diluvio diventa materia viva che scorre e si trasforma. “NOÈ” non è solo un disco eccellente, ma la dimostrazione tangibile di un talento cristallino che, a poco più di vent’anni, sta assumendo la sua forma definitiva. Francesco Cavestri dimostra di possedere una visione artistica peculiare, capace di parlare un linguaggio ibrido e accessibile senza mai rinunciare alla complessità. Un musicista che, muovendosi abilmente tra tradizione e modernità, ha tutte le carte in regola per far parlare a lungo di sé, traghettando il jazz verso nuovi approdi.
di Federico Arduini
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