“Crediamo davvero nella libertà”, parla Ahoo, studentessa iraniana a Pisa
C’è grande dolore fra chi, pur non trovandosi in Iran, è alla disperata ricerca di notizie. Come Ahoo, studentessa dell’Iran di 22 anni che da neanche dodici mesi vive a Pisa insieme al fidanzato, anch’egli iraniano
Già centinaia di vittime ufficiali, ma le stime parlano di numeri ad almeno tre zeri: la situazione in Iran è drammatica, come confermano le body bag tra le quali i parenti cercano i propri familiari morti nella durissima repressione del regime di Teheran. Il loro dolore è lo stesso di chi, pur non trovandosi nella Repubblica Islamica, è alla disperata ricerca di notizie. Come Ahoo, studentessa iraniana di 22 anni che da neanche dodici mesi vive a Pisa insieme al fidanzato, anch’egli iraniano.
A fatica trattiene l’apprensione che sta vivendo per il fatto di non ricevere notizie dai genitori rimasti a Teheran: «Era già accaduto in passato di avere problemi di comunicazione, ma mai come questa volta» ci racconta Ahoo, il cui nome significa “gazzella” e ben rappresenta il suo spirito leggero di giovane corsa via dal suo Paese, ma ora più che mai desiderosa di tornarci. «Vorrei rientrare, ma hanno bloccato i voli. Da un lato tutti noi desideravamo la rivoluzione, per questo mi sento orgogliosa di chi sta protestando e spero che sia la volta buona per un cambio di potere. Ma dall’altro sono spaventata: nessuno di noi fuori dall’Iran sa se fidarsi o meno delle immagini che da lì arrivano, quelle dei corpi delle vittime irriconoscibili anche per i familiari» dice, mentre le si rompe la voce.
Ahoo fa una pausa e si asciuga le lacrime. Poi riprende
Ahoo fa una pausa, si asciuga le lacrime e riprende: «Fino a 10 giorni fa non credevo che le manifestazioni potessero arrivare a questo livello, ora vedo un’adesione anche maggiore rispetto al passato. Quello che mi colpisce è anche il cambio della bandiera iraniana presso le ambasciate: una bandiera che non ci rappresenta, non siamo una Repubblica islamica. Insomma, potrebbe essere il segnale di una svolta reale».
La differenza rispetto alle precedenti crisi è data anche dal numero incomparabilmente maggiore di vittime, che fa parlare di scontro civile ma anche di un possibile cambio di regime: «Tutti noi lo vogliamo, anche se regna la confusione. Non sappiamo cosa potrebbe succedere in futuro, chi potrebbe essere il prossimo leader. È l’argomento più dibattuto sui social tra i giovani. Ma in ogni caso dobbiamo cambiare, abbiamo bisogno della libertà» sottolinea Ahoo, che in questi giorni sosterrà un esame universitario.
Un giorno Ahoo vorrebbe tornare in Iran
Il pensiero però corre oltre: un giorno vorrebbe tornare a Teheran. Qualche mese fa ha potuto raggiungere i genitori per un breve periodo, ma in futuro vorrebbe lavorare nel suo Paese e per il suo Paese. E vorrebbe farlo con la stessa libertà di cui gode in Italia: convive con il suo ragazzo, ma esce anche da sola e senza indossare il velo. Sa che oggi in Iran non le sarebbe possibile: «Quando ci sono stata l’ultima volta ho girato, per poco, a piedi senza coprire la testa e il volto, ma so di aver rischiato moltissimo. Sono perfettamente consapevole che avrebbero potuto arrestarmi o picchiarmi. Al momento in Iran noi donne non siamo libere neppure di scegliere cosa indossare e cosa no, perché è ‘l’autorità’ a stabilirlo per noi».
In molti, soprattutto tante donne, non possono lavorare né godere di tante altre libertà. Ed è proprio questa parola a ispirare Ahoo e a ricorrere nelle sue speranze: «Noi vogliamo la libertà, siamo pronti a combattere per riaverla dopo averla provata in passato. Speriamo tutti di poter vivere in libertà» sottolinea parlando a nome di altri giovani come lei. «Dobbiamo tentare di ricostruire il Paese, che è stato distrutto dall’interno. C’è molto da fare: non ci aspettiamo che sia perfetto da un giorno all’altro, perché è stato rovinato pesantemente, ma dobbiamo lavorare perché cambi, perché sia migliore: ci crediamo e lo vogliamo davvero» dice ancora prima di salutarci.
Ahoo ha la madre, il padre e molti amici in Iran
Il pensiero dovrebbe tornare allo studio, a quell’esame che prepara da settimane e che l’aspetta a breve. Ma inevitabilmente andrà anche a quel cellulare ancora muto dal quale non riceve notizie da chi vorrebbe: la madre e il padre, gli amici lasciati a Teheran. Un telefono che le rimanda solo notizie ogni volta più inquietanti, video e post sui social, dove lei stessa si unisce al grido di dolore di altri ragazzi e adulti, con una parola sola di commento: «Pain».
di Eleonora Lorusso
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