Trump, la Nato e lo zampino di Rubio. Del Pero: “Senza Usa la Nato sarebbe svuotata”
Per Mario Del Pero, docente di Storia internazionale a Sciences Po Paris, «A spiegare le minacce periodiche di Trump c’è anche la sua “eurofobia”»
Fra le ultime definizioni di Donald Trump per la Nato c’è quella di «tigre di carta». Prima del capo della Casa Bianca, però, anche il presidente francese Emmanuel Macron aveva descritto l’Alleanza Atlantica «in stato di morte cerebrale». Di sicuro il destino dell’organismo è quantomai al centro delle riflessioni, specie in Europa e soprattutto di fronte alla minaccia del presidente Usa di uscirne: «Non può farlo in modo unilaterale o in virtù di un ordine esecutivo, perché nel 2024 il Senato americano ha approvato una norma per cui una decisione simile avrebbe bisogno di un voto favorevole di due terzi dei senatori» chiarisce Mario Del Pero, docente di Storia internazionale a Sciences Po Paris. «Se poi Trump volesse tentare la strada dell’ordine esecutivo, è altamente probabile che verrebbe bloccato dalle Corti di giustizia. In ogni caso va ammesso che senza gli Stati Uniti la Nato potrebbe sopravvivere formalmente ma sarebbe come svuotata di contenuto». Dopo la fine della Guerra fredda si è indebolita la sua missione di baluardo e difesa contro la Russia ex Urss, salvo ritrovare slancio dal 2022 con l’invasione dell’Ucraina. «Rimane però fondata su un compromesso, per cui Washington si accolla il maggiore sforzo, anche economico: un suo disimpegno costringerebbe gli Alleati europei a mettere in campo mezzi e strategie che al momento, nonostante timidi sforzi, si sono tradotti in iniziative poco coordinate e non unitarie» osserva Del Pero.
Fra i paradossi di un’ipotetica uscita degli Usa dalla Nato c’è anche il fatto che la legge del 2024 (National Defense Authorization Act) fu spinta dagli allora senatori Tim Kaine e Marco Rubio, oggi segretario di Stato. Come se non bastasse, l’articolo 13 del trattato dell’Alleanza chiarisce che chi volesse uscirne potrebbe farlo un anno dopo la comunicazione trasmessa al governo americano, che poi sarebbe incaricato di informare gli altri Stati membri: insomma, Washington notificherebbe a sé stessa la decisione.
«A spiegare le minacce periodiche di Trump c’è però anche una sua “eurofobia”, che affonda le radici nella tradizione della destra americana ed è tornata in auge fin dal 2012» fa notare Del Pero. «Trump vede l’Ue come un partner subalterno, parassitario e dipendente dagli Usa: nel migliore dei casi come una colonia, nel peggiore come un nemico che impone per esempio leggi restrittive alle big tech americane o che non si adopera a sufficienza nel prendere le distanze economiche dalla Cina» sottolinea ancora l’analista.
Proprio in un momento di grande attrito fra le due sponde dell’oceano, a causa della guerra in Medio Oriente, c’è chi ha rispolverato le definizioni di “war of choice” e “war of necessity”: «Furono utilizzate da Robert Haass del Council of Foreign Relations a proposito della posizione di Obama nel 2008. L’allora presidente Usa voleva dimostrare di essere anti Iraq ma senza passare per un pacifista di sinistra, quindi parlò di “war of necessity”. Ma in questo caso è piuttosto una “guerra di scelta”: dietro questo conflitto c’è una posizione ben precisa, non un pericolo imminente. Ci sarebbero stati anche altri strumenti per affrontare la questione: ha invece pesato di più l’alleanza osmotica tra le destre americana e israeliana, fatta non tanto o non solo di lobby poco visibili ma di donatori, politici, consulenti e contatti personali che condividono presupposti ideologici, interessi e anche una certa islamofobia».
Sulle sorti del conflitto sarà però determinante anche la visione strategica americana e israeliana del futuro del Medio Oriente, «che potrebbe essere problematica nei contenuti e irrealistica nella messa in pratica: decisive saranno le posizioni dei Paesi del Golfo, che potrebbero non condividere il ruolo che Washington e Tel Aviv hanno pensato per loro» conclude Del Pero.
di Eleonora Lorusso
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- Tag: esteri