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Zampieri (Sapienza): “Hormuz e il rischio effetto domino”

Gli occhi del mondo puntati su Hormuz: il commento di Francesco Zampieri, docente a “La Sapienza” di Roma

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Gli occhi del mondo sono puntati su Hormuz, dopo la decisione statunitense di ricorrere a un blocco navale in risposta all’Iran. Ma le conseguenze potrebbero essere disastrose: «Se gli Usa volessero forzare il transito attraverso Hormuz, beh, auguri! Finché Teheran ha la capacità di opporsi, il rischio che il traffico mercantile possa essere colpito è troppo elevato» commenta Francesco Zampieri, docente a contratto al Master di Geopolitica e Sicurezza globale e al corso di laurea in Sicurezza e Relazioni internazionali all’Università “La Sapienza” di Roma.

La decisione di Washington è arrivata dopo i pedaggi imposti da Teheran alle navi in transito: «Non è una privatizzazione, ma certo l’Iran aspira a nazionalizzare lo Stretto di Hormuz, a cui invece si applica il regime del “passaggio in transito”. Vuol dire che sia le navi mercantili sia quelle da guerra di qualsiasi Paese possono transitarvi senza preavviso, a condizione di rispettare l’articolo 39 della Convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos)» spiega Zampieri.

Si tratta dell’articolo che vieta alle navi militari «qualsiasi minaccia o uso della forza contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica degli Stati» lungo lo Stretto ed esclude «qualsiasi altra attività che non rientri all’interno di un passaggio ininterrotto e rapido». Prosegue l’esperto: «Un’eventuale chiusura alla navigazione sarebbe un provvedimento illegittimo sia in tempo di pace sia durante un conflitto armato.

E non potrebbe nemmeno essere giustificata dalla necessità per l’Iran di difendere la propria sicurezza nazionale o di reagire ad attacchi al proprio territorio. Sarebbe contraria al diritto internazionale e potrebbe essere contrastata con ogni mezzo, nel rispetto della Carta Onu». Non solo: «Un attacco ai mezzi in transito in tempo di pace – anche tramite mine – configurerebbe un’aggressione verso lo Stato di bandiera e quindi autorizzerebbe il Consiglio di sicurezza a intervenire».

C’è poi un indubbio rischio di effetto domino in altri choke points (i cosiddetti “colli di bottiglia”), cioè quei passaggi marittimi obbligati come lo Stretto di Bering o quello di Bab El-Mandeb all’imboccatura del Mar Rosso. Proprio quest’ultimo è il più delicato, anche per l’Italia: in caso di blocco le ricadute economiche sarebbero spaventose, con il Mediterraneo che «diventerebbe una pozzanghera» paventa Zampieri. A Bab El-Mandeb bisognerebbe anche capire che tipo di ruolo giocherebbe lo Yemen: «Pur avendo sottoscritto l’Unclos, ha affermato più volte la necessità, specie per le navi da guerra, che venga richiesto un assenso preventivo del governo yemenita al passaggio di naviglio militare: una richiesta ovviamente contestata da sempre dagli Stati Uniti e non solo da loro».

Nel frattempo il blocco navale deciso da Trump a Hormuz avvalora la tesi di Lawrence Freedman, già professore di Studi bellici al King’s College di Londra e analista strategico, secondo cui l’uscita dall’attuale crisi sarebbe ancora lungi dall’arrivare. Secondo Zampieri i possibili scenari di exit strategy sono tre: «Un convogliamento, quindi unità di scorta alle navi mercantili. Ma questo richiederebbe un certo numero di imbarcazioni e soprattutto il rischio di attacchi plurimi, coordinati e continui da parte di missili, mezzi di superficie (dai droni ai barchini suicidi), mezzi aerei e mine. Un incubo, quindi.

Un’alternativa potrebbe essere la neutralizzazione – a patto di individuarle – di tutte le minacce sopra descritte, che provengono dalla costa: si tratterebbe però di impiegare una notevole potenza di fuoco creando delle “missile boxes”, nelle quali bisognerebbe distruggere qualsiasi capacità militare avversaria e sorvegliare che non venga riprodotta. In sintesi, costi elevatissimi e alta probabilità di non riuscire nell’intento».

La terza opzione consisterebbe infine nel «tentare uno sbarco sulla costa iraniana o sulle isole che, dal lato iraniano, dominano lo Stretto». Ma porterebbe con sé gli stessi rischi, ai quali si potrebbe aggiungere «un eventuale fallimento Usa o la cattura di soldati americani» conclude Zampieri.

Di Eleonora Lorusso

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