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La Fiera Campionaria di Milano, la fiera dell’orgoglio

La Fiera Campionaria di Milano già nel 1946 mostrò al mondo intero la potenza industriale che l’Italia era diventata. Se si vuole capire come sta andando il Paese è necessario guardare le Fiere.

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Questo articolo è figlio del profilo che “La Ragione” sabato scorso ha dedicato a Giovanni Borghi. Scrivere del “signor Ignis” degli anni ruggenti del boom ci ha portato inevitabilmente a ricordare il luogo e la realtà che identificarono come nessun altro il miracolo economico italiano: la Fiera Campionaria di Milano.

Con il Paese ancora semidistrutto e quasi cancellato dalla cartina geografica del mondo, in quei capannoni – il 70% dei quali non c’era più a causa della guerra – già nel 1946 si accese la scintilla che nel giro di una generazione ci avrebbe reso una potenza industriale. Fenomeno unico a livello planetario e che oggi andrebbe illustrato con dovizia di particolari nelle scuole del Paese e a una pubblica opinione sempre pronta a prestare orecchio ai profeti di sventura e ai cantori del declino, piuttosto che a chi voglia ricordare il bello della nostra storia recente. Non per vuota nostalgia ma in modo da ritrovare le scintille di oggi.

Ecco perché è bello andare in Fiera e passeggiare lì dove c’era la Campionaria. Dalla palazzina anni Trenta che ospita gli uffici della Fondazione Fiera e che è quasi tutto quanto resta della struttura originaria – insieme al meraviglioso Padiglione 3 in stile tardo liberty, primo Palasport di Milano da 18mila posti (!) risalente al 1923 e oggi Palazzo delle Scintille (guarda un po’) – si gode un punto di osservazione privilegiato non solo sulle torri di Citylife, uno dei nuovi polmoni della Milano internazionale, ma anche sul momento economico del Paese.

Se si vuol capire come stia andando l’Italia, che resta una grande potenza manifatturiera e di trasformazione e una macchina da esportazione quasi senza eguali, è necessario osservare come vadano le Fiere. E le Fiere stanno andando bene, quella di Milano molto bene.

La pandemia poteva cancellarne il modello stesso e qualcuno per un momento avrà anche accarezzato l’idea, pensando di poter trasferire tutto online. Sciocchezza che può sostenere solo chi non comprenda la socialità intrinseca dell’essere umano. A parte questo, se c’è un luogo comune su Milano che valga la pena analizzare è la sua operosità. Nel pieno del lockdown, alla Fiera hanno realizzato a tempo di record il più grande ospedale Covid del Paese. Non un tetris di prefabbricati come in Cina ma un ospedale vero e proprio. Orgoglio del presidente della Fondazione, Enrico Pazzali, e di tutte le donne e gli uomini di Fiera Milano, che mentre l’azienda subiva un colpo terribile dalla pandemia (-70%) lavoravano senza fare troppe storie a ciò che serviva all’Italia. Entrati nella fase di gestione della pandemia, la Fiera è tornata a fare il suo lavoro, registrando subito numeri notevolissimi. Il successo travolgente del Salone del Mobile dello scorso giugno è lì a dimostrarlo, come le ottime premesse dell’Eicma (la fiera del motociclo) e dell’Artigiano in Fiera, senza il quale ormai non è più Natale.

Guerra e inflazione si vedono molto bene anche da Citylife e fanno paura, i mesi in arrivo saranno tosti, ma la Fiera c’era quando non avevamo più nulla ed eravamo animati da un’incredibile voglia di tornare alla luce. Questo non può farci paura.

 

di Marco Sallustro

 

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