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Quanto ci manca in tempo di pandemia il grande fotografo francese Robert Doisneau

La carriera del grande fotografo Robert Doisneau ci ha regalato innumerevoli capolavori tra cui il bacio più struggente e romantico della fotografia.

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«La tenerezza e l’amore di Robert Doisneau sono deliziosamente contagiosi». Eric Colmet Daage, direttore del celebre mensile “Photo” presenta così un numero interamente dedicato al grande fotografo a un anno dalla sua morte, avvenuta il 1 aprile 1994, come uno scherzo crudele. Nato nel 1912 a Gentilly e figlio di un idraulico che muore durante la Prima guerra mondiale quando Robert aveva solo 4 anni, perde anche la madre quando ne aveva sette e viene allevato da una zia.

Scopre la vocazione per la fotografia a 17 anni lavorando nell’Atelier di arti grafiche Ullman e riesce presto a essere assunto come assistente dal fotografo anticonformista André Vigneau. Di lì a fotografo indipendente il passo è breve, affascinato dai bambini che giocano per la strada o a scuola durante le lezioni, e accetta un contratto con l’agenzia fotografica Rapho, dove resta per tutta la vita, rifiutando l’invito dell’amico Cartier-Bresson a entrare nella Magnum.

Ma è la strada la sua scenografia preferita di sempre. E quando lavora per “Vogue”, dal 1949 al 1952, trascina via dalla sala di posa le modelle per fotografarle nei boulevard; famosa la sua copertina di un’indossatrice con Parigi vista dall’alto sullo sfondo. E così molti dei suoi ritratti, specialmente al tavolo di un bistrot, tra i quali Alberto Giacometti, Jacques Prevert, Simone de Beauvoir, Jean Cocteau.

E sempre lontano dalla sala di posa moltissime foto di Picasso, il suo soggetto preferito: forse “Le petit pains” è il ritratto più bello del pittore spagnolo. Ma torna sempre nel suo regno, la strada, ed è lì che scappa sempre per ritrovare il suo genio; non mancherà l’appuntamento con uno degli scatti più famosi di sempre, “Le baiser de l’Hotel de Ville”, il bacio più struggente, più romantico, più originale mai fotografato insieme a quello di Alfred Eisenstaedt che a Times Square celebrava la fine della guerra.

Negli anni Sessanta la sua poesia umanista perde colpi, le nuove generazioni creano modi diversi di fare reportage. E allora si riparte per nuovi orizzonti. Ha ancora molto da esplorare. Gioca con le immagini creando opere intriganti e spregiudicate, come la copertina de “Le Photographe” con la Torre Eiffel deformata, o il collage dei mercati di Les Halles che stavano per essere rasi al suolo in vista di un progetto nuovo; li chiama “Jeux et bricolages technique”.

Ma a sorpresa, verso la fine degli anni Settanta, torna di moda, tutti vogliono Doisneau. Dal 1979 in poi lavora senza sosta: prima un grande lavoro sulle gallerie parigine dell’Ottocento; poi documenta le banlieu, le periferie francesi, per la Datar (gli uffici governativi di Parigi); infine viene chiamato dal regista Bertrand Tavernier come fotografo di scena, dove incontra Sabine Azéma, che nel 1992 farà un film per la tv su di lui, ormai conosciuto anche al di fuori della fotografia e celebrato in tutto il mondo. Con la morte della moglie, nel 1993, cesserà la sua attività di fotografo, come se il suo amore e la tenerezza per lei e per il mondo fossero un’unica, irripetibile cosa.

di Roberto Vignoli

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