Gucci e il debutto di Demna Gvasalia che fa camminare l’archivio
Da tempo si attendeva il debutto di Demna Gvasalia nella maison fiorentina Gucci. Ma, nella vita reale, chi avrebbe davvero indossato quegli abiti?
Gucci e il debutto di Demna Gvasalia che fa camminare l’archivio
Da tempo si attendeva il debutto di Demna Gvasalia nella maison fiorentina Gucci. Ma, nella vita reale, chi avrebbe davvero indossato quegli abiti?
Gucci e il debutto di Demna Gvasalia che fa camminare l’archivio
Da tempo si attendeva il debutto di Demna Gvasalia nella maison fiorentina Gucci. Ma, nella vita reale, chi avrebbe davvero indossato quegli abiti?
Il debutto di Demna Gvasalia con Gucci era atteso da mesi. Già da settembre, tra fashion week e prime avvisaglie, si intuiva che la FW 26/27 del 27 febbraio non sarebbe stata una sfilata qualsiasi. Al centro, un concetto preciso: la Gucciness, ovvero ciò che definisce l’essenza, l’estetica e il codice stilistico della maison fiorentina. Ora, diciamolo chiaramente, quante volte abbiamo assistito a sfilate bellissime, formalmente perfette, salvo poi chiederci chi, nella vita reale, avrebbe davvero indossato quegli abiti? Ecco, Demna ribalta la situazione.
Osserva chi Gucci lo indossa davvero — i consumer, quelli veri — e da lì costruisce la collezione. Un guardaroba umano, autentico e reale che attraversa l’heritage senza stravolgerlo né idolatrarlo, ma tenendolo semplicemente in vita, anche attraverso quella parodia sottile che è da sempre parte della Gucciness. La sfilata, narrativamente chiamata “Primavera Gucci” — più come idea di rinascita che come stagione — inizia in realtà il giorno prima. A sorpresa, Demna pubblica sui social una lettera ufficiale, con stemma e logo, in pieno stile Gucci. Una missiva intensa ed emotiva, in cui si percepisce una stima profonda per il brand e per la sua storia, affermando un punto chiave: quanto Gucci sia cultura prima che brand.
Non a caso tutto prende vita al Palazzo delle Scintille di Milano. Un luogo simbolico, che amplifica l’idea di un archivio vivo. Alle 14 l’attesa è palpabile. Fuori, un pubblico eterogeneo e perfettamente coerente con l’universo Gucci immaginato da Demna: da Paris Hilton, biondissima e iconica, ad Alessandro Michele, ex direttore creativo della maison, fino a Demi Moore, Donatella Versace, Ghali ed Esdeekid, volutamente coperto. Celebrità, figure della moda, artisti, outsider, perché anche — e soprattutto — questo è Gucciness. La passerella si apre con un fascio di luce, e iniziano a uscire i primi look. Non abiti shock, ma archetipi viventi: la chic sofisticata, il palestrato, l’estetica street, il glamour ostentato. Inclusività? Totale, ma in una chiave quasi memetica e molto reale, dove ogni corpo e ogni camminata — anche storta, eccessiva, fuori misura — diventano atteggiamento e raccontano un tipo umano riconoscibile. L’archivio non viene citato o reinterpretato, viene reso umano.
La borsetta iconica della maison portata con sicurezza quasi snob, chi fatica sui tacchi, la postura machista e atteggiata “perché vestito Gucci”, così come quella teatrale. Una passerella composta da persone vere, con tutte le contraddizioni del caso. E no, non è una scelta casuale. In passerella sfilano anche volti iconici e nuove presenze, mescolando controculture e memoria del brand in modo fluido. La presenza di Kate Moss è un richiamo potentissimo all’archivio anni ’90 e alla stagione Tom Ford, evidente nelle silhouette sensuali, nei riferimenti lingerie e nelle schiene nude che riportano subito all’immaginario Gucci più audace. Accanto a lei anche Vivienne Wilson, sì, la figlia di Elon Musk, figura simbolica della nuova generazione, presenza tutt’altro che casuale, che inserisce nella narrazione una Gucciness sempre più stratificata e contemporanea.
Fortissimo anche il ritorno del logo. Per anni il quiet luxury ha quasi “censurato” la logomania, facendocene quasi una colpa per averlo indossato. Demna fa l’opposto anche qui, lo rimette al centro, come segno identitario. Ma non lo limita a borse, cinture e collant, stiamo parlando di Demna Gvasalia, e le controculture sono il suo pane quotidiano. Così il logo diventa anche cresta punk nei colori Gucci, creando un corto circuito perfetto tra ribellione ed heritage. E anche il borsello al petto, in stile maranza, non è caricatura, è realtà.
Il messaggio, neanche troppo nascosto, è questo: la vera ribellione oggi è identificarsi apertamente in ciò che si è, senza vergogna ma con rispetto. Se il logo grosso e ripetuto ci piace, allora che ben venga che si veda. Questa è la primavera Gucci, clamorosa perché tremendamente consapevole. Demna non ha stupito, ha dimostrato di conoscere il brand, di averlo studiato e attraversato, trattandolo con rispetto e riportandolo nel contemporaneo, nel tentativo di parlare a noi. Perché Gucci, inevitabilmente, è – ed è stato – nella vita di ognuno: autentico o contraffatto, in profumo o in total look. Gucci è un modo di essere. E guardando la sfilata, almeno in un look, ognuno di noi avrà pensato: “vabbè, sono io”.
Più inclusivo di così, impossibile.
Di Serena Parascandolo
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- Tag: moda italiana
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