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Quando il rock arrestò Lsd

La stagione psichedelica rischiò di perdere la psiche

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La circostanza è nota: John Lennon e George Harrison, con le rispettive compagne, fanno visita a John Riley, dentista di fiducia. Il pranzo termina con un caffè che lo stesso Riley ‘corregge’ con zollette di zucchero all’Lsd. John e George si fanno così il loro primo ‘viaggio’.

È il marzo 1965 e tantissima gente non sarebbe stata più come prima. Esplode l’era psichedelica con suoni che si dilatano, colori vivaci e testi delle canzoni pieni di «cieli di marmellata» e «fiori di cellophane gialli e verdi». Carlos Santana, nella sua celebre esecuzione a Woodstock di “Soul Sacrifice”, è convinto di tenere tra le mani, al posto della chitarra, un serpente colorato. Mentre il ‘gatto Lucifero’ e alcuni unicorni erano già apparsi nelle gemme lisergiche di Syd Barrett dei primi Pink Floyd. La letteratura, il cinema si impregnano di dietilamide. Sembra la celebrazione della creatività allo stato puro. In parte, lo è. In parte è un deragliamento dalla vocazione iniziale di quella sostanza.

L’avventura psichedelica era, infatti, iniziata molto prima, negli anni Cinquanta, grazie a studiosi come Hofman, Osmond, Cohen e altri. La finalità della ricerca era terapeutica e in piena collaborazione con la comunità scientifica. La somministrazione dell’esperienza psichedelica si rivelò, sul piano medico, non solo efficace ma addirittura rivoluzionaria. Pare che una sola seduta di terapia con assunzione di Lsd fosse in grado di contrastare i problemi di alcolismo. Qualcuna in più era efficacissima per debellare la depressione. La ricerca si orientò anche verso i malati terminali di cancro. Far parlare la psiche, alterarla, espanderla, era un’esperienza di conoscenza che allontanava la paura della morte, rivelava la presenza interiore di mondi ineffabili inevitabilmente creativi e stimolanti. Apriva alternative serie e curative. Bello, bellissimo, forse troppo. Un paradiso. Cosicché qualcuno, o più di uno, decise che quella roba fosse stata troppo tempo prigioniera di un laboratorio e dovesse essere conosciuta e, soprattutto, sperimentata da tutti. Era il soma narrato da Aldous Huxley, ma lo scrittore si guardava bene dal considerarla una faccenda da concedere al mondo intero. Ci pensò il brillante Timothy Leary – ricercatore colto, geniale, con un ego da virologo in epoca Covid – a presentare negli anni Sessanta la nuova ambrosia come nettare di liberazione. I giovani accolsero, sperimentarono. Non tutti, però, erano preparati ad accoglierla. Chi cercò lo sballo, il mix con l’alcolico, chi aveva un set e un setting precari. Chi impazzì. La festa si consumò in un istante. La sostanza fu proibita. La ricerca scientifica fu bloccata per sempre.

È vero, noi di una certa generazione siamo grati alla decisione ‘espansiva’ di Leary and company per aver indirettamente influenzato una stagione rock senza precedenti: capolavori come “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles e “The Piper at the Gates of Dawn” del genio creativo di Syd Barrett sono attraversati dalla carezza lisergica ma il costo, a veder bene, è risultato piuttosto alto.

Lo Stato, i governi, lo sappiamo, hanno il vizio di comportarsi da padri severi (cosa che faceva incazzare tanto Jeremy Bentham). Hanno levato la palla ai bambini. Chi ci ha rimesso, però, è il progresso scientifico. Quindi tutti noi. Ma attenzione: da una decina d’anni, la ricerca psichedelica sta a passo lento ripartendo. Ora lasciatela fluire. Lenta, graduale e, possibilmente, libera.

di McGraffio

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