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Emicrania da perdere la testa

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Emicrania da perdere la testa. Più di un miliardo di persone soffre di questa patologia. Un problema che, pur avendo un costo elevato per la società, non ha cure adeguate

Emicrania

Emicrania da perdere la testa

Emicrania da perdere la testa. Più di un miliardo di persone soffre di questa patologia. Un problema che, pur avendo un costo elevato per la società, non ha cure adeguate

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Emicrania da perdere la testa

Emicrania da perdere la testa. Più di un miliardo di persone soffre di questa patologia. Un problema che, pur avendo un costo elevato per la società, non ha cure adeguate

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Emicrania da perdere la testa. L’emicrania è diffusa in tutto il mondo e colpisce più di un miliardo di persone, secondo uno studio globale sulle malattie finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. Paradossalmente, pur avendo un costo elevato per la società, i rimedi messi a disposizione per le cure non sembrano essere all’altezza.

Di emicrania non si muore. Ma è innegabile che si tratti di una patologia molto debilitante: non a caso è al secondo posto nel mondo (dopo il mal di schiena) fra le malattie più invalidanti. Colpisce soprattutto chi lavora e provoca un calo della produttività. Uno studio italiano ha stimato che un aumento del 10% della popolazione affetta da emicrania comporta una riduzione dell’1,1% nella produttività. In caso di attacco intenso diventa impossibile recarsi al lavoro, essendo costretti il più delle volte a restare a letto, al buio, senza muoversi.

A questa forma di assenteismo si aggiungono, in misura ancora maggiore, le ore perse da persone che si presentano al lavoro meno efficienti proprio a causa del problema (gli specialisti delle risorse umane parlano di questo fenomeno come di “presentismo”). Contando i giorni e le ore persi a causa dell’emicrania – e basandosi sullo stipendio medio – si ottiene una stima dei costi sociali del problema. In ambito europeo lo ha fatto un sondaggio chiamato “Eurolight”, per il quale è stato chiesto agli intervistati di segnalare il numero di giorni in cui rimanevano a casa a causa degli attacchi di emicrania e il numero di quelli in cui riuscivano a svolgere solo una parte delle loro normali attività lavorative. In totale, la perdita di produzione è stata stimata in 111 miliardi di euro l’anno. Si tratta di sei millesimi dell’intero Pil europeo.

L’emicrania peggiora la qualità della vita soprattutto a causa del dolore che provoca, dell’ansia che crea e della mobilità che riduce in chi ne soffre. Nel suo saggio “Fisiologia del matrimonio” Balzac afferma che l’emicrania è «l’arma più piacevole e più terribile usata dalle donne contro i loro mariti». Lo stigma (anche sessuale) del «demone nascosto della testa», come lo definivano i babilonesi, scoraggia molti malati di emicrania dal lamentarsi. In realtà servirebbe una migliore gestione della malattia da parte della società, stanziando maggiori risorse per la ricerca sulle cause e sui nuovi trattamenti.

La spesa pubblica sotto questo aspetto è molto bassa, rispetto a quanto si fa per altre patologie: in Europa questa patologia rappresenta lo 0,025% del costo sociale, rispetto ad esempio allo 0,5% per i tumori cerebrali o allo 0,3% per il morbo di Parkinson. Una debolezza che si riflette in politiche di sanità pubblica scarsamente finanziate, sia come sensibilizzazione per i datori di lavoro e i medici di base, sia come campagne informative per i pazienti sui trattamenti disponibili, sia per quanto riguarda i fattori scatenanti e i rischi di un’eccessiva automedicazione che perpetua i mal di testa.

Insomma, una malattia che non suscita spontaneamente l’interesse dei medici e dei ricercatori. Come recitava Marion nel capolavoro “Psyco”: «Le emicranie sono come i buoni propositi, ci se ne dimentica appena il male è passato».

Di Francesca Bocchi

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