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53 anni dopo la musica fa i conti con il dittatore di Mosca

Quel grido “Pace nel mondo” di John Lennon torna 53 anni dopo. Da Lady Gaga ai Måneskin, gli artisti si schierano contro il dittatore di Mosca.

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Il 30 gennaio 1969 i Beatles suonano per l’ultima volta dal vivo. È il giorno del leggendario “Rooftop concert”, il concerto sul tetto del n. 3 di Savile Row a Londra, dove aveva sede la Apple Corps. Per i più giovani, nulla a che vedere con la creazione di Steve Jobs e Steve Wozniak (alla quale mancavano ancora sette anni) ma la casa di produzione dello sconfinato fenomeno che furono i Beatles nel breve e sconvolgente periodo della loro attività come gruppo. Nonostante qualche appendice, quel concerto sul tetto fu lo spettacolare e mai più eguagliato canto del cigno dei quattro ragazzi che cambiarono la musica e la società giovanile.

Quelle straordinarie immagini sono tornate di attualità nel 2021 grazie al documentario “Get Back”, curato dal regista premio Oscar Peter Jackson, il cineasta della saga de “Il Signore degli Anelli”. Un lavoro monumentale, la cui summa è nei 42 minuti del concerto vero e proprio, sbocco delle tre settimane di lavoro che precedettero l’esibizione a sorpresa. A parte l’iconicità in sé dei quattro artisti e del loro look, destinato a fare ancora una volta epoca, colpisce un momento di pausa fra un pezzo e l’altro: John Lennon, fasciato nella pelliccia prestatagli da Yoko Ono per difendersi dal freddo pungente di quella mattina londinese, si affaccia per dare un’occhiata alla folla in strada e sui tetti circostanti, esclamando «Pace del mondo!». Una frase in linea con il personaggio, emblema del pacifismo dell’epoca, di quel rifiuto del potere e della società che presto sarebbero confluiti in clamorosi happening mediatici in anticipo di almeno trent’anni sui tempi, come i leggendari “Bed In” degli ultimi anni di Lennon, prima della sua assurda morte a New York nel 1980.

In quell’urlo, in quell’invocazione per la pace c’era tutto il riflesso della controcultura degli anni Sessanta, ormai prossima a trasformarsi in altro (da noi, sarebbero stati lutti e tragedie) anche se nessuno se n’era accorto. Il 1969, del resto, sarà l’anno di Woodstock, l’altro grande atto finale – in terra statunitense, questa volta – del fenomeno sociale esploso nella seconda metà dei sixtees. A quei tempi, i giovani e la musica – che mai più come allora sarà capace di incarnarne desideri e aspirazioni – erano compattamente schierati contro la guerra. In senso generale, assecondando la mistica pacifista dell’epoca; in particolare contro la guerra in Vietnam, con gli Stati Uniti d’America e l’Occidente sul banco degli imputati. Ricordiamo che proprio a Woodstock, pochi mesi dopo, Jimi Hendrix avrebbe clamorosamente ‘svisato’ l’inno americano con la sua inimitabile chitarra, nel più clamoroso atto di rifiuto sociale in musica che si sia mai ascoltato dal vivo.

53 anni dopo, se è vero che siamo ancora costretti a vivere tempi di guerra, orrori e devastazioni, colpisce come i nipoti delle stelle di allora siano sì contro la guerra come al tramonto degli anni Sessanta, ma non più contro l’Occidente e gli Usa. Da Lady Gaga ai Måneskin, sul palco si porta il rifiuto dell’ideologia imperialista e aggressiva di Vladimir Putin, della sua visione zarista della politica internazionale. Lì dove si invitava a “mettere i fiori nei cannoni”, individuando nella Casa Bianca la matrice di ogni male, oggi anche la musica fa i conti con la scelta antistorica e violenta del dittatore di Mosca. Lo fa schierandosi in modo indiscutibile e clamoroso da questa parte del mondo, senza lasciar spazio alle interpretazioni di non pochi politici e commentatori desiderosi di un posto al sole dei distinguo e dell’equidistanza. In realtà, solo un modo come un altro per tornare a interpretare quell’antioccidentalismo e antiamericanismo che fu dei figli dei fiori e che oggi si è messo in giacca e cravatta. Solo che per portare la pelliccia come John Lennon devi essere John Lennon.

di Fulvio Giuliani

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