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85 anni di Bob Dylan: l’uomo che ha insegnato alla musica popolare a pensare più in grande

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In un’epoca che chiede agli artisti di essere marchio, narrativa pulita, identità facilmente vendibile, Bob Dylan resta una presenza scomoda

Bob Dylan

85 anni di Bob Dylan: l’uomo che ha insegnato alla musica popolare a pensare più in grande

In un’epoca che chiede agli artisti di essere marchio, narrativa pulita, identità facilmente vendibile, Bob Dylan resta una presenza scomoda

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85 anni di Bob Dylan: l’uomo che ha insegnato alla musica popolare a pensare più in grande

In un’epoca che chiede agli artisti di essere marchio, narrativa pulita, identità facilmente vendibile, Bob Dylan resta una presenza scomoda

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Bob Dylan compie 85 anni e fa un certo effetto accorgersi che quella voce che ha cambiato il modo di scrivere canzoni appartiene oggi a un signore che, anagraficamente, potrebbe essere il nonno di quasi tutti gli artisti mainstream odierni. Nato il 24 maggio 1941 a Duluth, Minnesota, cresciuto a Hibbing, nel cuore minerario del Midwest americano, Dylan ha preso in prestito il lessico del folk e del blues per trasformarlo in qualcos’altro: una canzone capace di reggere il peso della poesia, della politica, della Bibbia e della cronaca, senza perdere presa sul presente. Il punto, con lui, non è mai stato la “bella canzone” in senso tradizionale, ma la frizione. L’urgenza di portare dentro il formato popolare un grado di ambiguità e di densità che prima non c’era. Il Nobel per la Letteratura, nel 2016, è arrivato proprio a sancire questo: la Swedish Academy lo ha premiato “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, riconoscendo che “Blowin’ in the Wind“, “The Times They Are A-Changin’” o “Like a Rolling Stone” non erano semplici inni generazionali, ma oggetti linguistici che ridefinivano il perimetro di ciò che una canzone può dire. Eppure, paradossalmente, Dylan ha sempre fatto di tutto per sottrarsi alla statua, all’icona, al ruolo di “coscienza di un’epoca”.

La svolta elettrica, i dischi religiosi, i periodi opachi, il “Never Ending Tour” che lo ha visto macinare palchi per decenni, spesso riscrivendo le proprie canzoni fino a renderle quasi irriconoscibili, sono tutti gesti contro il cristallo della nostalgia. Per questo Dylan non è mai diventato “comfort rock”: anche quando pesca nel repertorio, lo fa senza concedere al pubblico la versione “musealizzata” che vorrebbe.

In un’epoca che chiede agli artisti di essere marchio, identità facilmente vendibile, Dylan resta una presenza scomoda. Non perché sia “più puro” degli altri ma perché è geneticamente inafferrabile. Il fatto che l’industria e le istituzioni abbiano finito per celebrarlo (fino al Nobel) dice molto su quanto il sistema abbia bisogno di canonizzare anche ciò che nasce come frattura; ma la sua opera, ascoltata davvero, continua a lavorare per attrito, non per consolazione. A 85 anni, più che un santo laico del rock, Bob Dylan è ancora la domanda che incrina la superficie delle canzoni: quanto può essere profonda, una forma così semplice, prima di smettere di essere “solo” musica popolare?

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