Cannes, Palma d’Oro a ‘Fjord: il film di Cristian Mungiu conquista il Festival
‘Fjord’ di Cristian Mungiu vince la Palma d’oro al 79esimo Festival di Cannes
Cannes, Palma d’Oro a ‘Fjord: il film di Cristian Mungiu conquista il Festival
‘Fjord’ di Cristian Mungiu vince la Palma d’oro al 79esimo Festival di Cannes
Cannes, Palma d’Oro a ‘Fjord: il film di Cristian Mungiu conquista il Festival
‘Fjord’ di Cristian Mungiu vince la Palma d’oro al 79esimo Festival di Cannes
Si è chiusa con un palmarès dal forte peso politico e autoriale la 79esima edizione del Festival di Cannes, che ha premiato un cinema capace di interrogare il presente, attraversare le fratture del mondo contemporaneo e trasformarle in racconto. A guidare il quadro finale è stata la vittoria di Fjord di Cristian Mungiu, ma la serata conclusiva ha restituito anche un panorama articolato, segnato da ritorni importanti, riconoscimenti condivisi e prese di posizione che hanno superato i confini del cinema.
Nel dettaglio, la Palma d’Oro è andata appunto a Fjord di Cristian Mungiu, mentre il Grand Prix è stato assegnato a Minotaur del regista russo Andrey Zvyagintsev, tra i ritorni più attesi sulla Croisette. Il Premio della Giuria è andato a The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach, mentre il premio per la Migliore Regia è stato attribuito ex aequo a Javier Calvo e Javier Ambrossi per La bola negra e a Pawel Pawlikowski per Fatherland. Anche i premi per le interpretazioni hanno scelto la via della condivisione. Il riconoscimento per il Miglior Attore è andato ex aequo a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward di Lukas Dhont, mentre quello per la Migliore Attrice è stato condiviso da Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi. Il premio per la Migliore Sceneggiatura è stato assegnato a Notre Salut (Un uomo del suo tempo) di Emmanuel Marre. La Caméra d’Or ha invece premiato Ben’Imana di Marie Clémentine Dusabejambo, mentre la Palma d’Oro per il miglior cortometraggio è andata a Para Los Contrincantes di Federico Luis.
A dominare la serata, però, è stato soprattutto Fjord, nuovo film di Cristian Mungiu, che conquista così la Palma d’oro con un’opera che si annuncia come una delle più discusse dell’annata. Il regista romeno costruisce il racconto attorno alla famiglia Gheorghiu, coppia rumeno-norvegese profondamente religiosa che si trasferisce in un villaggio all’estremità di un fiordo. Quando il personale scolastico nota dei lividi sul figlio maggiore, la comunità comincia a interrogarsi sull’origine di quei segni e sul possibile legame con il modello educativo tradizionale imposto dai genitori. Un impianto narrativo che, nelle mani di Mungiu, si trasforma in una riflessione sulle derive dell’integralismo, sulle tensioni tra famiglia, fede, identità e controllo sociale. Non è un caso che il regista, salendo sul palco per ricevere il premio più importante del festival, abbia allargato subito il discorso oltre il perimetro del film. “Lo stato del mondo oggi non è buono. Non sono fiero di ciò che stiamo lasciando ai nostri figli. Tocca a noi operare un cambiamento. Gli elementi per capire la direzione in cui il mondo sta andando sono tutti davanti ai nostri occhi. Le società, oggi, sono fratturate e radicalizzate. Questo film è anche un impegno contro ogni forma di integralismo”, ha dichiarato, legando in modo netto il senso dell’opera al clima politico e culturale del presente.
La Palma a Fjord assume così un valore che va oltre il riconoscimento artistico. Mungiu porta a Cannes un cinema morale, rigoroso, che non cerca scorciatoie e continua a interrogare le zone più opache della convivenza contemporanea. Anche il casting contribuisce a rendere il progetto particolarmente visibile: protagonisti del film sono Sebastian Stan, reduce dall’interpretazione del giovane Donald Trump in The Apprentice, e Renate Reinsve, già presenza molto apprezzata sulla Croisette lo scorso anno con Sentimental Value.
Ma se il film di Mungiu ha incarnato il volto più compiuto del concorso, uno dei momenti più forti della cerimonia è arrivato con Andrey Zvyagintsev. Il regista russo, premiato con il Grand Prix per Minotaur, ha infatti usato il palco di Cannes per rivolgersi direttamente a Vladimir Putin con parole di straordinaria durezza. “C’è qualcun altro a cui vorrei rivolgermi oggi, personalmente, a mio nome. Non usa una Vpn per seguire questa cerimonia in diretta, ma sono certo che in questo momento abbia decisioni ben più importanti da prendere”, ha detto inizialmente, caricando il suo discorso di una tensione immediatamente percepibile in sala.
Poi l’affondo, esplicito, senza mediazioni: “Milioni di persone, da una parte e dall’altra della linea del fronte, sognano una sola cosa: che i massacri finiscano finalmente. E l’unica persona che può porre fine a questa carneficina è il presidente della Federazione Russa. Il mondo intero aspetta questo”. Parole che hanno trasformato la consegna del Grand Prix in un gesto politico frontale, inserendo ancora una volta il Festival di Cannes dentro il cuore delle tensioni internazionali. In questo senso, il palmarès della 79esima edizione restituisce l’immagine di un festival che ha scelto di premiare non soltanto il valore formale delle opere, ma anche la loro capacità di misurarsi con i conflitti del presente. Tra integralismi, identità ferite, guerre e responsabilità storiche, Cannes chiude così un’edizione in cui il cinema è tornato a essere, con forza, anche spazio di coscienza pubblica.
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- Tag: Cinema
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