Fight Club e l’ingenua censura Cinese
L’episodio di censura avvenuto in Cina ai danni del film cult Fight club fa quasi sorridere per l’ingenuità del gesto: sostituire un finale violento con una scritta che tenta di riscrivere un’intera storia basata sulla violenza.
Fight Club e l’ingenua censura Cinese
L’episodio di censura avvenuto in Cina ai danni del film cult Fight club fa quasi sorridere per l’ingenuità del gesto: sostituire un finale violento con una scritta che tenta di riscrivere un’intera storia basata sulla violenza.
Fight Club e l’ingenua censura Cinese
L’episodio di censura avvenuto in Cina ai danni del film cult Fight club fa quasi sorridere per l’ingenuità del gesto: sostituire un finale violento con una scritta che tenta di riscrivere un’intera storia basata sulla violenza.
Era il 1996 quando un ancora poco noto Chuck Palahniuk scrisse il romanzo che lo portò al successo in pochi anni: Fight Club.
Una narrazione serrata, scorretta, invadente. Uno stile unico, figlio di un nichilismo dilaniante del confine col nuovo millennio, portato all’estremo nei suoi racconti.
Attraverso il distacco e la vivisezione della realtà egli mette a nudo l’ipocrisia della società odierna, disgustando e al tempo stesso catturando il lettore con un linguaggio diretto e nudo, in grado di dipingere il mondo senza censure.
Sarà per questo che l’episodio avvenuto in Cina, che vede coinvolto il celebre film di David Fincher tratto dal libro – di cui Palahniuk curò il soggetto – fa quasi sorridere.
Dopo ben 23 anni, la Cina avrebbe finalmente ammesso la pellicola nel paese con una “minuscola” modifica, che vede un finale violento totalmente stravolto in favore dell’autorità.
L’epica scena finale, entrata di diritto nella storia del cinema, che mostra un panorama catastrofico e anarchico dove i grattacieli della città vengono lentamente abbattuti da cariche esplosive, chiara metafora dell’abbattimento della società moderna, viene sostituita da una scritta nera, davvero poco invadente, che recita: “La polizia ha rapidamente scoperto l’intero piano e arrestato tutti i criminali, prevenendo con successo che le bombe esplodessero”.
Il protagonista viene semplicemente mandato in un istituto psichiatrico.
La riflessione spontanea più che vertere verso l’indignazione, tenendo in considerazione i molteplici episodi di censura in Cina, porta a soffermarsi sulla modalità scelta per delegare il significato di un’intera opera a un minuscolo frammento conclusivo: uno schermo nero e un tentativo di riscrittura.
Traslando il concetto su un’opera d’arte potrebbe tradursi in un quadro di Picasso, ridisegnato per ottenere un effetto meno distorto, ma con un pennarello.
Aggiustare il tiro per trasmettere sempre il medesimo concetto, snaturare maldestramente per riparare un danno che di reversibile non ha proprio nulla, una volta trascorsi 100 minuti di violenza fisica e morale.
Sarebbe stato molto più sensato non ammetterla quella pellicola, non correre nemmeno il rischio di dover fronteggiare un pensiero distruttivo per poi ripararlo con lo scotch.
Eppure la scena finale è stata in qualche modo riscritta da qualche povero incaricato della Disney (secondo quanto afferma la famosa rivista web “Vice”), che ne detiene i diritti, richiedendo una minima dose di creatività tale da sovrapporsi al genio di Palahniuk che in un tweet entusiasta cinguetta: “Have You Seen This Sh*t? This is SUPER wonderful! Everyone gets a happy ending in China!”.
Tutti quanti ottengono un lieto fine in Cina.
Viene da domandarsi quindi se quella che poi resta semplicemente una forma di censura, tenta comunque di rispettare il cult donandogli una visione accettabile per il governo cinese (avrebbero potuto tagliare la scena con una battuta e chiuderla lì), oppure è sinonimo di un’ingenuità senza pari.
In entrambi i casi sarebbe sorprendente.
di Elena Bellanova
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