Flea sceglie il jazz per raccontare la parte più profonda di sé: “Honora” è più di un side project
Flea pubblica domani “Honora”, il suo primo album solista. Un viaggio nel suo passato e ai suoi primi amori musicali in salsa Jazz
Flea sceglie il jazz per raccontare la parte più profonda di sé: “Honora” è più di un side project
Flea pubblica domani “Honora”, il suo primo album solista. Un viaggio nel suo passato e ai suoi primi amori musicali in salsa Jazz
Flea sceglie il jazz per raccontare la parte più profonda di sé: “Honora” è più di un side project
Flea pubblica domani “Honora”, il suo primo album solista. Un viaggio nel suo passato e ai suoi primi amori musicali in salsa Jazz
Immaginate di essere un artista di fama internazionale, il bassista e una delle colonne di una band con fan in ogni angolo del mondo: verrebbe naturale associare il vostro nome solo e soltanto a quell’universo musicale di riferimento. Come potrebbe una rockstar fare altro, se non sano e puro rock? Eppure, capita che dietro un artista si muova un magma incandescente di ascolti, passioni, riferimenti e mondi che preme sotto la superficie. E può succedere che quel magma finisca per far saltare il tappo e prendere la forma di un progetto a sé.

È quanto accaduto a Flea che, dopo una carriera lunga quasi cinquant’anni (e ancora in pieno corso) come uno dei bassisti rock più rappresentativi della sua generazione nei Red Hot Chili Peppers, pubblica domani 27 marzo il suo primo album solista, “Honora”. Se però vi immaginate qualcosa di affine all’universo sonoro della band, vi sbagliate di grosso. Prima di imbracciare il basso, i miti di Flea erano Dizzy Gillespie, Miles Davis e Clifford Brown; e ora che tempo e spazio glielo hanno finalmente consentito, ha potuto tornare ai suoi primi amori musicali: il jazz, la tromba che suonava da adolescente e quel bebop sparato a velocità vertiginose dal patrigno e dai suoi amici nel salotto di casa. “Da bambino mi lasciava senza fiato. Ricordo che mentre loro suonavano io rotolavo sul pavimento, ridevo in estasi. Non riuscivo a credere che potessero fare una cosa del genere. Era un miracolo”, ha raccontato. Tre anni fa, ricorda Flea, il desiderio di recuperare quel mondo e trasformarlo in un disco ha cominciato a perseguitarlo: sentiva che c’era qualcosa di incompiuto.
Così ha iniziato a esercitarsi con la tromba ogni giorno, in tour con la band, a casa o persino sul set di un film. È da questa tensione, nutrita di disciplina e quasi di ossessione, che nascono le dieci tracce di “Honora”: sei brani originali, tra cui uno scritto da Flea, Josh Johnson e Thom Yorke, e una serie di riletture che attraversano George Clinton ed Eddie Hazel, Jimmy Webb, Frank Ocean, Shea Taylor e Ann Ronell. Un album in cui Flea suona tromba e basso elettrico insieme a Deantoni Parks, Anna Butterss, Jeff Parker e Josh Johnson, con la presenza di ospiti come Thom Yorke, Nick Cave e Rickey Washington, diventato durante questo percorso un vero mentore. A colpire fin dalla prima traccia, una sorta di preludio che fa da bussola all’ascoltatore attraverso i mari che andrà a solcare, è soprattutto il respiro del progetto.
Al centro c’è chiaramente la musica nella sua forma più pura, e ne è prova l’ampiezza dei linguaggi che emergono man mano che l’ascolto procede. Su un impianto orientato al free jazz e al contemporary jazz si stratificano sfumature new age, ambient, progressive, con colori bebop e perfino R&B. “È stato bellissimo fin dal primo secondo”, dice Flea parlando delle sessioni di registrazione. “Non c’è mai stato un momento in cui pensassi: ‘Non so se funzionerà. Non so se capiscono davvero quello che sto cercando di fare’. Sarebbe potuto succedere”. Non è mancata, all’inizio, una certa paura legata alla sua esperienza limitata nel jazz: “Credo in me stesso, ma avevo paura che loro pensassero in silenzio: ‘Tu non sai suonare un cazzo’. Invece è successo l’opposto. I miei giorni con la droga sono lontani, ma mentre registravamo mi sembrava davvero di essere fatto per tutto il tempo. Ogni volta che ci sedevamo a suonare, fluttuavo con loro”.
E la forza del disco, come il genere richiede, sta proprio lì: nel dialogo e nella sinergia tra le parti, tra gli artisti coinvolti, con la tromba di Flea a colorare l’insieme, dosata e precisa dove serve, e il suo basso a tenere il filo ritmico. Ma in mezzo a tanta musica non mancano neppure riflessioni amare sul presente, per un disco che si fa anche politico in brani come “A Plea” e “Traffic Lights”, quest’ultima con Thom Yorke, “sul vivere in un mondo capovolto, e su come si possa dare un senso alle cose quando ci arrivano addosso insieme falsità e verità”, ha spiegato Flea.
Più che un diversivo rispetto ai Red Hot Chili Peppers, “Honora” sembra dunque il gesto di un musicista che ha aspettato il momento giusto per tornare a una parte profonda di sé. Non il capriccio di una rockstar, ma il suono di una fedeltà rimasta a lungo in silenzio.
di Federico Arduini
La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!
- Tag: musica
Leggi anche