Jeff Buckley, storia di un’assenza che continua a commuovere
“It’s Never Over: Jeff Buckley”, parte dalla ferita mai rimarginata della sua scomparsa e la attraversa con una delicatezza rara
Jeff Buckley, storia di un’assenza che continua a commuovere
“It’s Never Over: Jeff Buckley”, parte dalla ferita mai rimarginata della sua scomparsa e la attraversa con una delicatezza rara
Jeff Buckley, storia di un’assenza che continua a commuovere
“It’s Never Over: Jeff Buckley”, parte dalla ferita mai rimarginata della sua scomparsa e la attraversa con una delicatezza rara
La storia della musica è piena di “what if” incredibili, ma uno dei più grandi resta quello legato a un fiume del Sud degli Stati Uniti, il Wolf River, affluente del Mississippi. Un giorno del maggio 1997 Jeff Buckley decide di farcisi un bagno, canticchiando il ritornello di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin mentre va verso lo studio. Poi un traghetto, forse la corrente, una risacca: di lui non si sa più nulla fino al ritrovamento del corpo vicino a Memphis. Il Mississippi e Memphis, il blues e il rock. Cosa avrebbe potuto ancora diventare se quel giorno non fosse andata così non lo sapremo mai. Ma quello che sappiamo, a quasi trent’anni da allora, è che Jeff Buckley è stato uno degli ultimi veri dei del rock.

“It’s Never Over: Jeff Buckley”, il documentario di Amy Berg co prodotto da Brad Pitt nelle sale fino a domani per Nexo Studios, parte proprio da questa ferita mai rimarginata e la attraversa con una delicatezza rara. Più che raccontare un mito, il film prova a restituire una presenza: la vita, la voce, i dubbi, la luce e le crepe di un artista che ancora oggi continua a sembrare troppo grande per il poco tempo che ha avuto. Ambientato nella New York degli anni Ottanta e Novanta, quando i club dell’East Village erano ancora luoghi vivi e porosi, il documentario evita l’agiografia e sceglie invece la strada più difficile: quella dell’intimità. Parlano la madre Mary Guibert, le ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, i musicisti Michael Tighe e Parker Kindred, artisti come Ben Harper e Aimee Mann.

Ma soprattutto parla Jeff stesso: nelle cassette delle segreterie, nelle prove registrate in salotto, nei frammenti privati che rendono il film profondamente commovente. Perché lì non c’è solo l’icona di “Grace”, ma un ragazzo ironico, fragile, affettuoso, inquieto, capace di far ridere e stringere il cuore nel giro di pochi secondi. Sul fondo c’è sempre l’ombra del padre Tim Buckley, gigante folk morto di overdose nel 1975, quando Jeff aveva solo otto anni. Un padre assente, figura quasi mitologica da inseguire, temere e rifuggire insieme. Jeff cresce con la madre, si costruisce da sé, ma porta addosso quel vuoto per tutta la vita. E il film riesce a mostrare quanto quella mancanza abbia pesato senza mai trasformarla in una chiave troppo facile, lasciando che sia il dolore a parlare sottovoce.
Tra gli aspetti più emozionanti del film ci sono le immagini meno note: i concerti liceali, le sessioni al Sin-é in cui passa da Edith Piaf ai Led Zeppelin con una naturalezza disarmante, gli scatti fotografici, i live clamorosi, quella spontaneità irripetibile che oggi commuove ancora di più. Bono lo definì “una goccia pura in un oceano di rumore”; Bowie disse di “Grace” che era “il più grande album mai realizzato”. E in effetti Buckley fu davvero un unicum: voce eterea e carnale, profondità, scrittura, conoscenza dello strumento, una miscela impossibile tra Nina Simone, Nusrat Fateh Ali Khan, Led Zeppelin e vena folk. Il documentario non si ferma al mito dell’esordio.

Racconta il dopo: il peso di “Grace”, le aspettative per il secondo album trasformate in pressione, la depressione, il rischio di cadere nella stessa spirale del padre. Jeff tocca il fondo, ma Berg mostra anche che poco prima della fine sembrava aver ritrovato un centro. Le sessioni di “My Sweetheart the Drunk” indicano un artista che sta riaprendo il cerchio. Era quasi pronto quando il Wolf River decide di prenderselo. “It’s Never Over” non riempie il vuoto lasciato da Buckley e proprio per questo colpisce così tanto. Lo sfiora e lo illumina ed è forse il suo gesto più bello. Dopo la recente esplosione su TikTok, questo film potrà essere anche per le nuove generazioni un’occasione da non perdere per incontrare davvero Jeff Buckley: non solo un artista enorme, ma una presenza vicina che, ad ascoltarla cantare, continua ancora oggi a commuoverci.
di Federico Arduini
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