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Eleonora Duse, la diva che ha stravolto il mestiere dell’attore

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Cosa significa essere una diva oggi? Esistono ancora le dive? Il 3 febbraio esce nelle sale il documentario “Duse – The Greatest” diretto da Sonia Bergamasco, sulle tracce della diva che ha stravolto irreversibilmente il mestiere dell’attore: Eleonora Duse

Eleonora Duse

Eleonora Duse, la diva che ha stravolto il mestiere dell’attore

Cosa significa essere una diva oggi? Esistono ancora le dive? Il 3 febbraio esce nelle sale il documentario “Duse – The Greatest” diretto da Sonia Bergamasco, sulle tracce della diva che ha stravolto irreversibilmente il mestiere dell’attore: Eleonora Duse

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Eleonora Duse, la diva che ha stravolto il mestiere dell’attore

Cosa significa essere una diva oggi? Esistono ancora le dive? Il 3 febbraio esce nelle sale il documentario “Duse – The Greatest” diretto da Sonia Bergamasco, sulle tracce della diva che ha stravolto irreversibilmente il mestiere dell’attore: Eleonora Duse

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Cosa significa essere una diva oggi? Esistono ancora le dive? Perché abbiamo necessità di andare a scavare nel trascorso di donne vissute in epoche così distanti dalla nostra? Il 3 febbraio esce nelle sale il documentario “Duse – The Greatest” diretto da Sonia Bergamasco (a sua volta attrice e interprete di cinema e teatro), che va sulle tracce della diva che ha stravolto irreversibilmente il mestiere dell’attore: Eleonora Duse.

Helen Mirren, intervistata nel documentario, dice che il segreto della Duse era la grande naturalezza: lei non recitava. La voce di Lee Strasberg interviene incisiva: «Non faceva nulla di recitato, quella era la sua grandiosità». Oggi vanno tanto di moda i documentari in cui le persone mettono in piazza la loro vita privata, i loro disastri domestici o modelli affettivi falsificati e spiattellati ovunque che inevitabilmente si rivelano fallimentari e patetici. Le donne si spogliano nude sulle piattaforme in cambio di denaro, eppure nella stessa epoca sentiamo il bisogno di tornare sulle orme di una donna che di sé ha lasciato una pellicola cinematografica (una sola!) – “Cenere”, un film muto del 1916 – qualche rarissima fotografia e alcune lettere. La Duse ancora oggi è un mistero.

Perché si dice che le dive non esistono più? Forse perché nessuna è più capace di segretezza e della discrezione che muove la curiosità? Forse perché nell’era dei social nessuno è più orientato alla privacy, ma crede che l’unico modo di farsi notare sia mostrare tutto di sé? Così, dopo picchi di attenzione spropositata che hanno i minuti contati, su certe star crolla tragicamente il sipario lasciando buio e macerie.

Il lavoro della Bergamasco ci fa riflettere sul fatto che no, oggi non ci sono più le dive (facciamo un’eccezione per la nostra Mina). L’era delle dive è morta. Eleonora Duse, in scena, era in grado di trasmettere il dolore della morte con la vibrazione di una mano, era capace di generare intensità senza drammatizzare, semplicemente vivendo. «Io non ero preparato a un tipo di recitazione come quello della Duse, si aveva l’impressione di una verità sconcertante» confessa Luchino Visconti nel documentario ricco d’archivio. E cosa piace alla gente? La verità. Ecco, la Duse era incapace di essere finta. Le donne volevano essere lei, Anna Magnani e Marilyn Monroe tenevano una sua immagine nel camerino. Andava in scena con coraggio, libera, spettinata, senza trucco, orgogliosa delle sue rughe, con i capelli bianchi. Tutto il contrario di quello che fanno molte attrici oggi o le influencer incapaci di sottrarsi all’ostentazione sfacciata dei media. Il fatto che della Duse non ci siano testimonianze (non rilasciava interviste) rende questo personaggio fantasmatico ancora più intrigante anche a cent’anni dalla sua morte. C’è ancora voglia di andare in cerca dei segreti che la riguardano e non è forse questo a renderla immortale? Non è forse la capacità di rivelare meno che rende un personaggio attraente?

È stata la Duse a cambiare per sempre il rapporto fra attore e spettatore. La diva che amava le statue, che possedeva 2mila libri e usava i fiori come segnalibro, la donna nata a Vigevano che ha conquistato l’America e che non voleva lasciare traccia del suo privato, così facendo – amministrando la sua immagine con un tale religioso mistero – ha fatto di sé un mito. Un modello di cui ancora abbiamo bisogno, oggi che la comunicazione della propria immagine (sfruttata fino al midollo, spogliata di ogni riservatezza) genera frane e fiaschi.

di Hilary Tiscione

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