La musica è sempre più centrale per gli italiani. E la radio resta centrale
Con 21,9 ore di ascolto settimanale di musica, in crescita del 15% rispetto a cinque anni fa, l’Italia è un Paese che proprio non sopporta il silenzio
La musica è sempre più centrale per gli italiani. E la radio resta centrale
Con 21,9 ore di ascolto settimanale di musica, in crescita del 15% rispetto a cinque anni fa, l’Italia è un Paese che proprio non sopporta il silenzio
La musica è sempre più centrale per gli italiani. E la radio resta centrale
Con 21,9 ore di ascolto settimanale di musica, in crescita del 15% rispetto a cinque anni fa, l’Italia è un Paese che proprio non sopporta il silenzio
Quasi ventidue ore. Praticamente un giorno intero alla settimana trascorso con le cuffie nelle orecchie, lo stereo dell’auto acceso o lo smartphone in mano. Se vi stavate chiedendo che fine avesse fatto la musica nelle vite sempre più frammentate e frenetiche degli italiani, la risposta è semplice: si è presa il centro della scena. A misurare questo legame, diventato paradossalmente più forte in un’epoca di distrazioni continue, è il Music Engagement Study 2026 di FIMI. I numeri parlano chiaro: con 21,9 ore di ascolto settimanale, in crescita del 15% rispetto a cinque anni fa, l’Italia è un Paese che proprio non sopporta il silenzio. Ma la vera curiosità non sta solo in quanto ascoltiamo, bensì in come e dove lo facciamo. E spulciando tra i dati le sorprese non mancano.
Nonostante si viva nell’era dello scorrimento compulsivo sui social, il mezzo preferito per schiacciare “play” rimane il più antico: la cara, vecchia radio. Conquista il 18,6% delle preferenze, battendo sia i colossi dello streaming video come YouTube (17,1%) sia le piattaforme in abbonamento (16,9%). Certo, l’ecosistema digitale domina se si sommano i vari formati, con i servizi di streaming utilizzati dal 75% degli italiani — e picchi vicini al 90% tra la Gen Z — ma emerge un dettaglio inaspettato: la versione gratuita di queste app continua a superare quella a pagamento (51,1% contro 47,7%). E se pensate che sia solo una questione di portafoglio, vi sbagliate. Il costo dell’abbonamento è solo il terzo motivo di rinuncia: a pesare di più sono l’abitudine alla gratuità e il fedele affiancamento del palinsesto radiofonico, che per l’84% degli ascoltatori perderebbe totalmente di senso senza la programmazione musicale.
C’è poi un derby interessante che si gioca sugli schermi, quello tra YouTube e Spotify. Nel confronto diretto a vincere è la piattaforma di Google: usata dall’83% degli italiani almeno una volta al mese, si conferma il porto sicuro e trasversale per videoclip e performance live. Spotify, invece, viaggia su una media del 55% di penetrazione, calando man mano che l’età degli utenti avanza.

Ma come scopriamo la nostra prossima hit preferita? Qui la carta d’identità fa da padrona assoluta. Se avete superato i 35 anni, è molto probabile che la rivelazione arrivi dalle frequenze FM; se invece siete under 34, a dettare legge è TikTok. Il social nato per i video brevi vanta un tasso di conversione mostruoso: il 63% degli utenti, catturato da un ritornello di 15 secondi, corre a cercarsi il brano intero sulle piattaforme. E su Spotify le magie editoriali sembrano contare poco: a far scoprire nuovi artisti ci pensano soprattutto le classifiche (43%) e i gelidi, ma precisissimi, suggerimenti dell’algoritmo (41%), a discapito di playlist studiate ad hoc come New Music Friday (ferme al 6%).
Tutto questo ascoltare muove, inevitabilmente, un’economia personale: in media un italiano spende 57 euro al mese per la musica. Ma per cosa apriamo davvero il portafoglio? Più della metà del budget (33 euro) se ne va per sudare ed emozionarsi sotto un palco, tra concerti e festival. Esiste però una tribù, quel 12% di irriducibili che il report cataloga come “superfan”, pronta a sborsare oltre 138 euro al mese per alimentare la propria passione, blindando il mercato del live e tenendo in vita il feticcio del supporto fisico e del merchandising.
Infine, ad aleggiare sull’intera industria, c’è lo spettro dell’intelligenza artificiale. L’approccio del pubblico italiano è un meraviglioso cortocircuito tra diffidenza e ingenuità: se da un lato l’86% si aggrappa al fattore umano, definendolo “essenziale” per la produzione artistica, dall’altro quasi la metà degli ascoltatori (il 44%) ammette candidamente di non saper distinguere una canzone scritta da un musicista da una sfornata da un software. Eppure la pretesa di onestà è netta: l’85% vuole etichette chiare per i brani generati artificialmente e respinge il furto di dati per addestrare i computer. Insomma, cambiano le piattaforme, i dispositivi diventano invisibili e i cervelli elettronici provano a scriverci i ritornelli, ma la fotografia del 2026 ci restituisce una certezza molto umana: abbiamo ancora un bisogno vitale di mettere in play una canzone
Il report dettagliato è consultabile qui
di Federico Arduini
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- Tag: musica
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