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Maid, la serie tv che apre gli occhi sulle vittime di violenza

Maid, in onda su Netflix, potrebbe spingere molte donne a trovare la forza di reagire. In Italia, con la pandemia, le denunce sono cresciute dell’80% ma sono ancora troppe quelle che tacciono.

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Alcune serie tv hanno la grande potenza di far luce su questioni reali altrimenti dimenticate nella quotidianità di chi non le vive.

Maid”, in onda sulla piattaforma Netflix, lo fa in maniera impeccabile attraverso la storia di una madre single vittima di abusi.
Il senso di questo racconto, più che giudicare, è quello di aprire gli occhi allo spettatore, anch’esso vittima ma dell’inconsapevolezza. La povertà, la solitudine, gli abusi, sono aspetti con cui moltissime donne fanno i conti ogni anno. Ma quante di loro chiedono aiuto e ottengono un riscatto?

Tratto da una storia vera, quella dell’autrice Stephanie Land che attraverso la sua autobiografia sviscera le memorie di un proprio vissuto estremamente complicato, la serie-tv Maid narra le vicende della giovane Alex, madre di una bambina di tre anni che fugge dal marito alcolista per proteggere entrambe da un’esistenza pericolosa e limitante.
Durante i dieci episodi assistiamo inerti al tentativo di riscatto di una donna nullatenente, totalmente dipendente dall’uomo che la costringe a scappare.

Alex troverà la sua indipendenza grazie a un lavoro sottopagato, incredibilmente difficile da conciliare con la sua vita da madre ma di fondamentale importanza per potersi allontanare da un mondo distruttivo per madre e figlia.

Attraverso il lavoro da domestica (Maid in inglese, per l’appunto) la protagonista riacquisterà lucidità (brillantezza, come una della battute finali citate dal marito Sean) e comprenderà le dinamiche di una società dove lo status sociale è solamente un dettaglio se si è  vittime di violenza, anche psicologica.

Con il personaggio di Regina infatti, donna facoltosa proprietaria di una delle elegantissime case prese in cura da Alex, osserviamo quanto difficile sia liberarsi da un rapporto degradante anche se in condizioni economiche privilegiate. Perché una splendida casa può diventare comunque una prigione.

Ciò che risulta più sorprendente però, è la capacità degli autori e degli attori (prima su tutti la splendida Margaret Qualley, che concede alla sua Alex una dignità regale anche in situazioni di estremo degrado, mantenendo un registro credibile, senza renderla mai stucchevole) di mostrarci il punto di vista di ognuno dei personaggi.

Il ruolo di vittima e carnefice viene infatti messo costantemente in discussione, portando il pubblico a domandarsi se una madre che priva l’ex marito della compagnia della figlia possa essere considerata una vittima, o come possa un abuso essere considerato tale senza evidenti segni fisici.

Questi meccanismi in cui veniamo inevitabilmente catapultati sono gli stessi che le vittime di abusi devono affrontare ad ogni tentativo di fuga, ogni volta che vengono messe in discussione dagli amici, dai parenti; perché di fronte si ha pur sempre l’uomo che si ama e che in moltissimi casi si è deciso di sposare, non un mostro.

Elemento essenziale della serie è la casa rifugio che aiuta la protagonista a riprendere in mano la propria vita, prima ancora di riuscire ad ottenere un sussidio statale che prevede una burocrazia macchinosa non adeguata a una situazione emergenziale.

Anche nella realtà le cose non vanno troppo diversamente e le case rifugio rappresentano il primo step per potersi riscattare da una vita di soprusi. In Italia, per esempio, le case famiglia hanno fornito un alloggio sicuro a 2900 donne durante il periodo di pandemia. Secondo le statistiche infatti, proprio in quel periodo è stato registrato un aumento del 79,5% dei casi rispetto alla media dell’anno precedente. Le maggiori richieste di aiuto sono arrivate dalla Lombardia e dalla Toscana ma questo, come sappiamo, non sta a indicare il luogo dove avvengono maggiormente violenze, ma dove vengono segnalate più richieste.

Il problema reale infatti è la gestione delle segnalazioni, l’inadeguatezza delle misure adottate soprattutto per prevenire e in seguito punire la violenza domestica, che sembrerebbe non ottenere riconoscimento fino al compimento di femminicidio.

Questo sottolinea una falla nel sistema che nonostante l’introduzione nel 2019 del cosiddetto “codice rosso”, legge che prevede, tra le altre cose, l’accelerazione delle indagini sui casi di violenza domestica, non riesce a fornire protezione adeguata se non attraverso le associazioni.

 Il finale di Maid ci propone un riscatto, un’assoluzione dei personaggi, un lieto fine. Grazie alla storia di Alex impariamo a comprendere e in parte a perdonare un marito violento e a immaginare cosa spinge una donna a sostenere una violenza.

Nella realtà putroppo finali di questo tipo si contano sulle dita di una sola mano.  

di Elena Bellanova

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