Paul McCartney e “The Boys of Dungeon Lane”, la chiusura di un cerchio per un nuovo inizio
Il nuovo disco di Paul McCartney conferma una volta di più l’assurdo talento del baronetto di Liverpool. Un lavoro pieno di vita, memoria e sentimenti
Paul McCartney e “The Boys of Dungeon Lane”, la chiusura di un cerchio per un nuovo inizio
Il nuovo disco di Paul McCartney conferma una volta di più l’assurdo talento del baronetto di Liverpool. Un lavoro pieno di vita, memoria e sentimenti
Paul McCartney e “The Boys of Dungeon Lane”, la chiusura di un cerchio per un nuovo inizio
Il nuovo disco di Paul McCartney conferma una volta di più l’assurdo talento del baronetto di Liverpool. Un lavoro pieno di vita, memoria e sentimenti
Ci sono voluti cinque anni perché “The Boys of Dungeon Lane” prendesse forma e in questo tempo il mondo ha fatto innumerevoli giri su sé stesso. È anche per questo che il nuovo disco di Paul McCartney arriva con una forza particolare: non come semplice ritorno discografico, ma come approdo di una lunga sedimentazione, di un lavoro che ha attraversato stagioni diverse. A quasi 84 anni, McCartney continua a stupire con una naturalezza disarmante come se la scrittura di canzoni fosse ancora il suo modo più spontaneo di stare al mondo. E forse lo è davvero. Ancora una volta, davanti a questo disco, viene da pensare che il suo nome possa essere accostato senza forzature a quello di Beethoven: non per l’aura monumentale, ma per la capacità di incidere in profondità nella storia della musica popolare.

Con Andrew Watt al suo fianco come produttore, McCartney ha costruito un album che suona come una chiusura di cerchio e insieme come un nuovo inizio. Suona quasi tutto lui, come già nel debutto solista del 1970, e proprio questa scelta restituisce al disco una dimensione intima, quasi confessionale. “The Boys of Dungeon Lane” è autobiografico come pochi altri lavori della sua carriera: nelle sue 14 canzoni non si limita a evocare il passato ma lo attraversa, lo racconta. È un ritorno là dove tutto è cominciato, prima che quel “tutto” diventasse leggenda. Liverpool, la famiglia, le prime amicizie, i giorni ordinari che poi sarebbero diventati la preistoria di una rivoluzione culturale. McCartney non guarda quei luoghi come un monumento esterno ma come una parte viva di sé. E colpisce anche per come suona, per la sua capacità di essere insieme nostalgico e moderno. La memoria c’è ed è anzi uno degli architravi emotivi dell’album, ma non diventa mai semplice rievocazione. C’è rock, ci sono aperture psichedeliche, ci sono melodie che sembrano nate per restare e soprattutto c’è la voce di Paul e Paul stesso in tutte le sue sfumature, sempre riconoscibile, sempre pieno di vita vissuta. È un album caldo, curatissimo, suonato dall’inizio alla fine con una libertà che oggi appare quasi fuori tempo.
Eppure, non c’è nessuna cristallizzazione: il disco respira, sorprende. Anche quando si concede deviazioni inattese, come la tenerezza di “Salesman Saint”, dedicata ai genitori, o “First Star of the Night”, scritta in Costa Rica, il senso resta quello di un artista che continua a cercare forme nuove per dire cose fuori dal tempo per quanto universali alla radice. Tra le gemme più luminose ci sono ovviamente il singolo d’apertura, “Days We Left Behind”, che riesce a fotografare un universo emotivo intero con una semplicità quasi miracolosa, e “Home to Us”, il duetto con Ringo Starr che aggiunge al disco una dimensione affettiva ulteriore, famigliare. La chiusura poi, con l’orchestrale “Momma gets by” è semplicemente da pelle d’oca.

Ma il punto è che il valore del lavoro non sta soltanto nei singoli episodi: è l’intero percorso a colpire perché ogni brano sembra parte di un racconto coerente, profondamente vero. Alla fine, ascoltando “The Boys of Dungeon Lane”, si ha la sensazione di trovarsi davanti non solo a un grande disco, ma a un dono. Siamo stati fortunati a vivere nell’epoca di Paul McCartney, ad aver potuto seguirne la traiettoria quasi impossibile di un artista che non ha mai smesso di reinventarsi senza tradire la propria essenza. E siamo ancora più fortunati perché, dopo tutto quello che ci ha già dato, McCartney continua a regalarci canzoni che non sembrano uscire da un archivio, ma da una vitalità ancora piena. In tempi in cui la musica tende spesso a consumarsi in fretta, lui resta una certezza capace di allargare il tempo.
di Federico Arduini
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