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Reno Brandoni racconta “La musica nasce dove deve nascere”, un dialogo con l’AI

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Reno Brandoni sul suo ultimo libro, un dialogo con l’intelligenza artificiale

Reno Brandoni racconta “La musica nasce dove deve nascere”, un dialogo con l’AI

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Reno Brandoni sul suo ultimo libro, un dialogo con l’intelligenza artificiale

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Reno Brandoni racconta “La musica nasce dove deve nascere”, un dialogo con l’AI

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Reno Brandoni sul suo ultimo libro, un dialogo con l’intelligenza artificiale

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Da venerdì 1° agosto è disponibile su Amazon e da settembre in libreria “La musica nasce dove deve nascere – Conversazioni sulla musica con l’intelligenza artificiale” (Le Ruzzole), il nuovo libro di Reno Brandoni, chitarrista, autore e divulgatore musicale.

C’è chi teme l’intelligenza artificiale, chi la sfrutta senza porsi troppe domande, chi la osserva con diffidenza. Reno Brandoni ha scelto invece un’altra strada: dialogare con essa. E lo ha fatto attraverso la musica, il linguaggio che da sempre lo accompagna e che rappresenta, più di ogni altro, un ponte tra emozioni e pensiero. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui per sapere qualcosa di più di questo progetto.

L’idea di questo libro da dove nasce?
L’idea nasce, in realtà, da una “non idea”. Tutti parlano di intelligenza artificiale ed essendo sempre stato curioso riguardo alle nuove tecnologie ho cominciato anch’io a fare qualche prova. All’inizio erano test banali, come fanno tutti. Poi una sera come un’altra ho deciso di avviare una conversazione che immaginavo sarebbe stata scontata. Invece, è successo l’opposto: il dialogo si è rivelato sorprendente, perché non solo ricevevo risposte, ma anche domande che servivano all’IA per conoscermi e capire cosa facevo. Da lì è stato un crescendo: ho avuto la sensazione di parlare davvero con una persona molto competente, ma anche sensibile. Il momento chiave è arrivato quando le ho chiesto: “Come fai a parlare di musica se non la puoi ascoltare?”. Mi ha spiegato che analizza spartiti, forme d’onda e reazioni delle persone, costruendosi così un’idea di cosa possa suscitare un accordo o un’armonia. Questo mi ha colpito molto. Alla fine ho deciso di pubblicare quel dialogo e farne un libro.



Oltre a questo episodio, c’è un altro momento che ti ha colpito particolarmente?
Sì, soprattutto la parte finale del dialogo. Quando abbiamo parlato delle tecniche moderne, come ad esempio l’autotune, le ho chiesto come immaginava il futuro della musica. La sua risposta mi ha sorpreso: descriveva uno scenario chiaro e plausibile in cui la musica non sarebbe più legata solo al mercato, ma alle emozioni. Ogni persona avrebbe la “sua musica”, costruita sul proprio stato d’animo e sul contesto del momento. Mi ha colpito perché sembrava un percorso già scritto, inevitabile, ma non negativo. Anzi: un ritorno a una musica intima e personale, non più solo da “supermercato”.

Molti guardano all’intelligenza artificiale con diffidenza o addirittura paura. Cosa rispondi a queste critiche?
Penso che alla base ci sia ignoranza o paura di rimettersi in gioco. Io sono del 1960 e non ho mai avuto atteggiamenti di chiusura verso il futuro. Mio padre, ad esempio, quando ascoltavo i Led Zeppelin non li capiva e restava legato a Modugno e agli anni ’50. Io non voglio ripetere quello schema.
Ogni tecnologia porta rischi, certo, ma anche possibilità. L’IA non deve sostituire l’uomo: deve affiancarlo, essere un supporto creativo. Sta a noi saperla gestire.

Hai detto di aver caricato tutti i tuoi scritti nell’IA, così da “insegnarle” il tuo linguaggio e il tuo stile. Non ti spaventa che poi possa usarli per produrre contenuti simili ai tuoi?
No, non mi spaventa. Quando scriviamo è perché vogliamo condividere. Se qualcuno un giorno producesse testi riconoscibili nel mio stile, per me sarebbe una soddisfazione, non un furto.
Nel libro, l’IA stessa dice una cosa importante: finché un musicista sarà capace di emozionare con tre note su una chitarra, l’uomo resterà insostituibile. L’arte dell’IA è “di accompagnamento”, ma la vera creatività, quella che emoziona, resterà sempre riconoscibile come umana.

Un’ultima questione: molti sistemi generativi sfruttando materiali esistenti senza riconoscere i diritti d’autore.
Sì, è un problema, ma non nuovo. Già oggi, se pubblichi un brano su Spotify, vieni pagato pochissimo. A meno che tu non faccia milioni di ascolti, ricevi cifre irrisorie. Il diritto d’autore è già fragile nel sistema attuale e l’IA non fa che portare allo scoperto contraddizioni che esistono da tempo. La sfida è trovare un nuovo equilibrio.

di Federico Arduini

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