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Scoppia il caso Squid Game, è allarme emulazione

Il fenomeno Squid Game, la serie Netflix che sta spopolando in tutto il mondo, è fuori controllo. L’effetto emulazione dilagante tra i giovanissimi preoccupa esperti e  genitori. 

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Con i suoi 111 milioni di telespettatori nei primi 28 giorni di programmazione, Squid game ha raggiunto il primato di serie tv più vista al mondo sulla piattaforma Netflix, superando anche “Bridgerton” che ne aveva totalizzati 82 milioni.

Un numero che dimostra ancora una volta l’enorme successo del gigante dello streaming e la sua capacità di realizzare prodotti di livello internazionale rispetto ai media tradizionali. 

La serie, però, pare non abbia fatto i conti con le conseguenze di un boom inatteso.

Dal Belgio, infatti, arriva l’”allarme Squid game”, dove i giochi mortali della serie stanno diventando popolari tra i ragazzini.

Nel telefilm, ricordiamo, centinaia di individui alle prese con difficoltà economiche accettano uno strano invito a gareggiare in giochi per bambini. Il premio in palio è di 46 milioni di won coreani (pari a circa 33 milioni di euro), ma la posta in gioco in caso di sconfitta è la vita. 

Diversi quotidiani belgi riportano esempi di riproduzione delle prove che si vedono sullo schermo: in particolare, è il gioco “Un, due, tre, stella”, durante il quale i concorrenti di Squid Game si rendono conto delle sue regole sanguinarie, ad essere preso come esempio da emulare dai giovani.

Nella serie, un movimento di troppo corrisponde a una fucilata mortale che elimina il concorrente perdente.  

Secondo la testimonianza di una donna residente a Dinant, in Belgio, la figlia di sette anni era tornata da scuola piangendo perché schiaffeggiata dall’amichetto che contava con la testa appoggiata all’albero “Un, due, tre stella”. I bambini, infatti, starebbero replicando proprio il celebre gioco con tanto di schiaffeggiamento in caso di perdita.

Una punizione certo più “leggera” rispetto a quelle che si vedono nel prodotto di Netflix, ma comunque gravissima se si pensa al fatto che non si tratta di un episodio isolato, ma anche altre scuole hanno denunciato casi simili, annunciando che faranno di tutto per fermare questo “gioco malsano e pericoloso” e che saranno prese sanzioni contro i bambini che continueranno a giocarci anche se, evidentemente, la responsabilità è da attribuirsi ai genitori che permettono a bimbi così piccoli di guardare serie tv così cruente. 

Come spesso accade in questi casi, la mania degli esempi negativi dilaga anche sui social.

Un video apparso su Youtube e pubblicato sul sito di Brusselstimes vede due studenti di cinema riproporre il gioco coreano del ddakji, visto durante i primi episodi della serie, in cui due cartoncini colorati vengono piegati a forma di quadrato e uno dei due viene appoggiato per terra. Un concorrente ne prende in mano uno e prova a lanciarlo con forza sull’altro tentando di ribaltare quello che sta per terra.

Nonostante Squid Game sia vietato ai minori di 16 anni, le clip di alcune scene circolano su TikTok, rendendole così accessibili ai bambini più piccoli. Secondo David Lavaux, sindaco di Erquelinnes, una delle città belghe in cui si sono svolti i fatti, “l’informazione scorre e finisce nelle mani di bambini di prima media che hanno accesso a TikTok e a molti altri social. I bambini hanno accesso a tutto, da qui la necessità di educarli”.

Il problema della violenza in tv e dell’emulazione da parte dei più giovani è ricorrente. 

Impossibile non citare serie tv di successo come Gomorra o Suburra, finite nel mirino di esperti e non a causa delle “influenze negative negli adolescenti”. Anche se le varie sparatorie e violenze atroci che si vedono in serie come queste, portano i più a pensare che siano dannose in quanto replicabili nella realtà, i loro creatori si sono sempre difesi affermando che lo scopo non è quello di “condannare la violenza, ma di raccontare la realtà così com’è”. Nuda e cruda.

Tornando al caso Squid Game, secondo Caroline Depuydt, medico dell’ospedale psichiatrico Epsylon di Bruxelles, è “fondamentale agire immediatamente soprattutto perché i bambini, a quell’età non sono in grado di distinguere tra il reale e il fittizio”.

Un’affermazione assolutamente corretta, anche se di certo non spetta al mondo dello spettacolo educare a cosa sia giusto o sbagliato, nonostante molto spesso è in questo tipo di prodotti che si traggono i maggiori significati e insegnamenti di vita.  

L’educazione, come al solito, parte dalla scuola e, in questi casi, dai genitori di bambini più piccoli e dai social, che dovrebbero rivedere le proprie politiche d’uso. È infatti grazie allo scopo educativo della tv, che sono stati realizzati tra i  film più belli della storia.

 

Di Alessia Luceri

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