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Springsteen

Springsteen, un’antologia per i 50 anni di carriera

Springsteen ha percorso una parabola che lo ha portato a evolversi senza mai tradire le proprie radici. E ora celebra la carriera con un’antologia da non perdere

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Springsteen, un’antologia per i 50 anni di carriera

Springsteen ha percorso una parabola che lo ha portato a evolversi senza mai tradire le proprie radici. E ora celebra la carriera con un’antologia da non perdere

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Springsteen, un’antologia per i 50 anni di carriera

Springsteen ha percorso una parabola che lo ha portato a evolversi senza mai tradire le proprie radici. E ora celebra la carriera con un’antologia da non perdere

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Springsteen ha percorso una parabola che lo ha portato a evolversi senza mai tradire le proprie radici. E ora celebra la carriera con un’antologia da non perdere

Nel maggio del 1974, sulle pagine della rivista americana “Real Paper”, compare un articolo firmato da Jon Landau. È il resoconto di un’esibizione a cui il giornalista ha assistito pochi giorni prima all’Harvard Square Theatre di Cambridge (Massachusetts) e si chiude con un’affermazione perentoria: «Ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen». All’epoca il giovane Springsteen da Freehold (New Jersey) ha appena due dischi alle spalle: quello d’esordio (“Greetings from Asbury Park, Nj”) e il successivo “The Wild, the Innocent and the E-Street Shuffle”. Non erano stati due successi di vendite, anche perché la casa discografica dell’epoca si aspettava due album di cantautorato folk e, delusa dal risultato finale, aveva investito ben poco nella promozione. Ma Landau (che in seguito sarà produttore di Bruce) era stato effettivamente profetico: quando nel 1975 esce “Born to Run”, in molti si rendono conto che quel futuro è arrivato. Springsteen, figlio della working class, racconta le storie di una generazione arrabbiata che non crede più nel sogno americano e desidera fuggire via da un mondo che non gli appartiene. Il tutto condito da una vena di malinconica poesia a ritmo di rock. Da lì in poi la carriera del cantautore prende il volo e comincia un processo di consacrazione che lo porterà a divenire “The Boss”.

Tutto questo – il prima e il dopo – è raccolto nell’antologia “The Best of Bruce Springsteen” uscita proprio in questi giorni. Un viaggio attraverso una carriera che ha coperto cinque decadi, con 140 milioni di copie vendute, almeno un album per decennio nella top five americana e concerti in grado di raccogliere folle oceaniche. Il disco (che contiene 18 tracce nella versione doppio Lp o doppio Cd e 31 nel formato digitale) racconta l’ascesa di Bruce nell’Olimpo del rock partendo dai brani degli esordi – come “Growing up” – per proseguire con i grandi classici del suo repertorio: “Born to Run”, le hit “Dancing in the Dark” e “Born in the Usa”, fino alle recenti “Hello Sunshine” e “Letter to You”. In mezzo c’è l’America dell’ultimo mezzo secolo fra la disillusione, la speranza, gli amori, le piccole grandi storie di gente comune, il fantasma di Tom Joad e le strade di Philadelphia.

Springsteen ha percorso una parabola che lo ha portato a evolversi senza mai tradire le proprie radici e, quando c’è stato qualche fisiologico passo falso, la sua grande abilità è stata quella di trarne lo spunto per evolversi ancora. Accanto alla musica c’è poi stato l’impegno sociale a renderlo ancora più vicino a quelle persone delle cui vite era stato cantore. Perché per l’esercito di fan che lo segue da cinquant’anni Springsteen è lontano anni luce dallo stereotipo della rockstar: è come un vecchio amico capace di leggerti dentro e di trovare le parole per esprimere qualcosa che altrimenti rimarrebbe chiuso a doppia mandata nell’anima.

Quando nel 1985 sbarcò per la prima volta in Italia (con un memorabile show a San Siro), anche noi scoprimmo l’universalità del suo messaggio. Poco importava se le nostre storie non correvano lungo le freeway americane, ma su strade metaforicamente più strette. In quei momenti sembrava che quell’uomo dall’energia inesauribile stesse parlando proprio di noi che eravamo lì, stupefatti, ad ascoltarlo. Succederà di nuovo l’1 e il 3 giugno prossimi, ancora una volta a Milano. Quando rivedremo quell’amico che, per l’ennesima volta, tornerà a raccontarci la vita.

di Stefano Faina e Silvio Napolitano

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