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Zucchero, storia di una mentalità vincente

Questa è la storia di una mentalità diversa, la storia di Adelmo “Zucchero” Fornaciari
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Zucchero, storia di una mentalità vincente

Questa è la storia di una mentalità diversa, la storia di Adelmo “Zucchero” Fornaciari
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Zucchero, storia di una mentalità vincente

Questa è la storia di una mentalità diversa, la storia di Adelmo “Zucchero” Fornaciari
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Questa è la storia di una mentalità diversa, la storia di Adelmo “Zucchero” Fornaciari

Estate 1982: durante la storica tournéemundial” dei Rolling Stones in Italia, qualcuno domandò a Mick Jagger quale artista rock italiano conoscesse: «Francamente – rispose – gli unici cantanti italiani che conosco sono Enrico Caruso e Beniamino Gigli». Dieci anni dopo la musica, in qualche modo, cambia. Raggiunto dalla stessa domanda, il buon Mick dovette ammettere di conoscere un soul & bluesman di sangue reggiano: quel musicista era Adelmo “Zucchero” Fornaciari, schivo e ruvido artista pop che qualche anno prima, con lo splendido album “Blue’s”, aveva venduto più di un milione di copie (allora, record assoluto in Italia).

Cos’era dunque successo? Questa è la storia di una mentalità diversa. Di un ragazzo qualsiasi “della Via Gluck”, come molti giovani italiani dell’epoca capace di far coesistere nell’animo il pronunciato melodismo all’italiana con il sanguigno mood soul di Otis Redding o le scale pentatoniche di B.B. King. Un ragazzo che, come molti, coltiva il sogno di arrivare in vetta alle hit parade, di avere successo, benessere e donne, tante donne. Un ragazzo che si scontra, presto, con la dura realtà. Provare a fare il divo costa. Non un costo emotivo o morale ma proprio economico.

All’inizio degli anni Ottanta, in nome del suo sogno, Zucchero accumula debiti per più di cinquanta milioni di lire e prova ad andare avanti nell’incertezza totale. Per raddrizzare la situazione, deve accontentarsi di scrivere successi sanremesi come “Lisa se n’è andata via” (Stefano Sani) e cantare la dolciastra “Una notte che vola via”. Non era proprio quello che desiderava ma il debito si riduce, arriva nuovo ossigeno e, con esso, più coraggio e fiducia. Quello che gli serve è anche un suono diverso: quello che da ragazzino ascoltava dalle etichette Motown o Stax, quello che echeggiava – sporco e seducente – dalle chitarre resofoniche del Mississippi. Il buon Adelmo ci prova: “Donne” è un bel centro. Alchimia di sempre: male a Sanremo, bene nel cuore della gente. Finalmente, il successo.

A questo punto, l’artista pop italiano medio avrebbe in tasca la formuletta per tirare fuori dalla musica una professione redditizia: coltivare il proprio orticello, parafrasando all’infinito la canzone di successo. Come scritto, Zucchero ha però una mentalità diversa. I soldi che arrivano li investe subito in suoni di qualità, in musicisti che non scimmiottano il blues ma ne sono l’incarnazione (Rufus Thomas, Eric Clapton, Randy Jackson), in produttori con una visione internazionale (in particolare Corrado Rustici). Così sprovincializzata, la musica ricambia e lo premia alla grande. Zucchero vola in alto. Il suono delle sue canzoni si espande e copre mezzo mondo. Milioni di copie vendute, collaborazioni con artisti di fama mondiale (Miles Davis, Paul Young, Brian May, Luciano Pavarotti), mura di casa piegate da dischi d’oro e di platino, scrittura di pezzi che resteranno per sempre (“Dune Mosse”, “Senza una donna”, “Il Volo”, “Hey man”). Al centro una mentalità, una visione del fare musica che mischia anima e imprenditorialità, fino ad allora estranea al nostro dna canzonettaro. Spirito concreto che ha sprigionato l’Italia canterina dai suoi angusti confini.

di Mcgraffio

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