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Federica Brignone dopo l’infortunio: “L’ho fatta grossa”

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Una nuova sfida con gli “occhi della Tigre”, espressione mutuata dal film “Rocky III” di Sylvester Stallone che calza come un guanto addosso a Federica Brignone

Federica Brignone dopo l’infortunio: “L’ho fatta grossa”

Una nuova sfida con gli “occhi della Tigre”, espressione mutuata dal film “Rocky III” di Sylvester Stallone che calza come un guanto addosso a Federica Brignone

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Federica Brignone dopo l’infortunio: “L’ho fatta grossa”

Una nuova sfida con gli “occhi della Tigre”, espressione mutuata dal film “Rocky III” di Sylvester Stallone che calza come un guanto addosso a Federica Brignone

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Una nuova sfida con gli “occhi della Tigre”. Espressione mutuata dal film “Rocky III” di Sylvester Stallone che calza come un guanto addosso a Federica Brignone. Che sul casco porta il volto del felino. Dal suo ricovero in clinica ha detto ironicamente di “averla fatta grossa”. Ma una volta messa da parte la fase post-operatoria e la fisiologica frustrazione per la caduta rovinosa che ha fatto a pezzi il suo ginocchio sinistro sulla pista di Val di Fassa, agli Assoluti di gigante, ci sarà il conto alla rovescia per il rilancio della fuoriclasse dello sci italiano.

Gli sportivi, soprattutto i fenomeni, pensano così: non si fermano, contano i minuti, fomentano l’adrenalina. Serviranno gli occhi da predatore alfa. Perché sarà la sfida della sua carriera. A 35 anni, dopo la sua miglior stagione (10 successi in Coppa del Mondo, la Coppa, due medaglie ai Mondiali) con tibia e perone in frantumi. Con la lesione ai legamenti scoperta dai chirurghi sotto i ferri. Tornare ai suoi livelli – irraggiungibili per qualunque essere umano di sesso femminile che si allaccia gli scarponi, abbassa la visiera e scende da un pendìo – sarà complesso.

Lo sa bene Federica. Lo sport è spietato. Non tiene conto di curriculum. Non aspetta nessuno. Ci sono state nel corso degli anni diverse leggende sportive – anche italiane – rialzarsi anche in tempi brevi dopo infortuni terribili. In questo caso l’incognita – è il principale ostacolo – è il fattore tempo.

I Giochi olimpici di Milano-Cortina arriveranno tra meno di un anno. E Federica sarà costretta a saltare la prima fase di stagione per il recupero funzionale dall’infortunio. Ai Giochi il livello di competitività è portato allo stremo. Ci si prepara sostanzialmente solo per quel pugno di giorni in cui si assegnano i metalli. Ci sono gli esempi di Tamberi e Pantani, tornati al top ma dopo diverso tempo da infortuni impegnativi.

Invece Brignone potrebbe mettersi in scia a Roberto Baggio che nel 2002, in maglia Brescia, si ruppe il crociato anteriore: i tempi per il recupero dopo l’intervento chirurgico erano stimati intorno ai 120 giorni, il Codino dopo 76 giorni rientrò e fece pure due gol. La benzina emotiva erano i Mondiali di Giappone e Corea del Sud. Ma Giovanni Trapattoni, allora ct dell’Italia, non era dello stesso avviso. E’ andato ai Mondiali 2006 invece Francesco Totti dopo la rottura del perone avvenuta quattro mesi prima. Ma in Germania, con onestà, non si vide certamente la versione migliore del fantasista della Roma. Baggio e Totti, primi violinisti delle loro orchestre, invece Federica balla e suona da sola.

Un solco da seguire per lei potrebbe essere l’esperienza in tema di infortuni di Sofia Goggia, che si è rialzata diverse volte, rompendosi un crociato a 15 anni e che soprattutto a gennaio 2022 sull’Olympia delle Tofane riportò una distorsione al ginocchio sinistro con parziale lesione del legamento crociato e microfrattura peroneale: 23 giorni dopo Sofia era argento in discesa alle Olimpiadi invernali di Pechino.

Certo, sono solo parole, l’infortunio di Federica Brignone è più serio, ma – unico elemento positivo in un quadro nero – il dolore, la sofferenza, l’attesa di ripartire con l’obiettivo dei Giochi italiani l’avvicinerà ancora di più al sentiment popolare, accelerando quel processo di reciproco avvicinamento avvenuto in questa stagione, dopo anni di successi un po’ in sordina, anche per il suo carattere schivo, poco incline alla ribalta mediatica.

di Nicola Sellitti

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