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Il momento più difficile dello sport: lasciare

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Djokovic è stato battuto dal giovane Dino Prizmic agli Internazionali di Roma: è arrivato il momento di lasciare?

Il momento più difficile dello sport: lasciare

Djokovic è stato battuto dal giovane Dino Prizmic agli Internazionali di Roma: è arrivato il momento di lasciare?

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Il momento più difficile dello sport: lasciare

Djokovic è stato battuto dal giovane Dino Prizmic agli Internazionali di Roma: è arrivato il momento di lasciare?

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Quando arriva il momento di dire basta? Quanto è difficile salutare una carriera meravigliosa? C’è un metodo, una procedura o qualche esempio da seguire?
Il mondo dello sport è favoloso – opinione personale – anche perché racconta sempre una nuova storia. Pur rivivendo vicende già viste mille e più volte.

È accaduto nel tardo pomeriggio di ieri, quando abbiamo seguito la sconfitta di Nole Djokovic contro il giovane croato Dino Prizmic al secondo turno degli Internazionali di Roma (per lui era la prima partita, avendo usufruito del bye al turno di esordio del torneo).
Siamo tornati lì dove siamo stati in innumerevoli occasioni seguendo le ultime stagioni di Valentino Rossi o quelle di Zlatan Ibrahimović o ancora di Cristiano Ronaldo.

Di esempi ne potremmo fare a bizzeffe, perché il grande campione si rifiuta anche di guardarlo da lontano il viale del tramonto.
Giusto, sbagliato? In realtà semplicemente inevitabile.

Come si spiega che quasi tutti i protagonisti più luminosi delle diverse discipline abbiano cercato di procrastinare quanto più possibile il momento dell’addio? Chi inseguendo un “ultimo ballo”, chi quel trofeo sempre sfuggito o anche del denaro che non sarebbe mai più arrivato così copioso. Ogni motivazione è legittima e finché c’è passione per quello che si fa nessuno di noi potrà mai contestare o giudicare.

Guardando Djokovic, vediamo un campione ancora integro, capace di giocare un tennis almeno a tratti ancora di incredibile efficacia, ma la continuità non è più quella di poche stagioni or sono. Scontato, come il desiderio del fenomeno serbo di calibrare le forze residue e scegliere i tornei in cui fare ancora capolino.
Il problema è che proprio giocando poco gli è ormai difficile acquisire la continuità che un tempo era uno dei marchi di fabbrica e fra le armi più devastanti in campo.

Un paradosso figlio dell’età, del fisico da rispettare, delle motivazioni che non possono più essere quelle di 15 anni fa: dovrebbe giocare di più, ma non può permettersi di giocare di più e forse non ne ha neppure più voglia.

La verità è che i primi a doversi rassegnare siamo noi. Il fuoriclasse gioca, corre, guida, scia fino a quando ne ha voglia, pur perfettamente consapevole che le vittorie arriveranno molto più di rado.
Siamo noi a non accettare la realtà che neppure Djokovic può essere una macchina del tempo.

Non funziona così, il tempo dei trionfi se ne va e se ogni tanto ci rifiutiamo di crederlo è perché vederli smettere ci ricorda il ticchettio dell’orologio della nostra di vita.

Di Fulvio Giuliani

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