L’Inter vince lo scudetto! A Milano, Piazza Duomo in festa!
In pochi avrebbero messo un euro sull’Inter all’inizio di questa stagione. Non solo per le scorie dell’annata precedente, ma anche perché sulla panchina nerazzurra sedeva Cristian Chivu
L’Inter vince lo scudetto! A Milano, Piazza Duomo in festa!
In pochi avrebbero messo un euro sull’Inter all’inizio di questa stagione. Non solo per le scorie dell’annata precedente, ma anche perché sulla panchina nerazzurra sedeva Cristian Chivu
L’Inter vince lo scudetto! A Milano, Piazza Duomo in festa!
In pochi avrebbero messo un euro sull’Inter all’inizio di questa stagione. Non solo per le scorie dell’annata precedente, ma anche perché sulla panchina nerazzurra sedeva Cristian Chivu
In pochi avrebbero messo un euro sull’Inter all’inizio di questa stagione. Non solo per le scorie dell’annata precedente, ma anche perché sulla panchina nerazzurra sedeva Cristian Chivu, promosso a giugno dopo l’addio di Simone Inzaghi e reduce da appena 13 panchine in Serie A con il Parma: abbastanza, per molti, per archiviarlo subito sotto la voce “bella storia, ma vediamo quando conta”.
E infatti l’estate raccontava altro. Raccontava rivali più pronte, più rumorose, più celebrate; raccontava mercati più scintillanti, copertine distribuite altrove e la solita tentazione di scambiare il volume per sostanza. L’Inter, pur avendo una rosa forte, non era la favorita romantica di nessuno: troppo solida per fare tendenza, troppo concreta per vendersi bene nei dibattiti da ombrellone.
Poi però il campo si è divertito a rovinare la sceneggiatura. Chivu, al debutto su una panchina davvero pesante, ha avuto il merito di stare con i piedi per terra: ha tenuto la struttura del 3-5-2 e ci ha lavorato sopra con intelligenza, senza strappi narcisistici e senza la smania di lasciare la firma a ogni costo. Una scelta meno appariscente di tante letture estive, ma molto più utile.
Nel frattempo le altre hanno fatto quello che spesso fanno le rivali quando sentono odore di pressione: hanno giocato a nascondino. Una settimana erano in corsa, quella dopo “pensiamo a noi”, poi “il campionato è ancora lungo”, poi ancora “l’Inter ha più obblighi”. Tradotto: quando c’era da tenere il passo davvero, i nerazzurri andavano avanti e gli altri cercavano un alibi elegante.
I segnali, peraltro, erano lì da tempo. Il 2026 si era aperto con cinque vittorie in cinque partite e con Chivu premiato allenatore del mese tra dicembre e gennaio, mentre il 5-2 alla Roma e il 3-0 al Cagliari avevano dato alla fuga scudetto una forma ormai chiarissima. A quel punto più che inseguire l’Inter, molte concorrenti hanno iniziato a raccontarla.
Così il ventunesimo scudetto della storia nerazzurra non è diventato il frutto di un colpo di scena, ma la conclusione più logica. E la cosa più divertente è proprio questa: oggi salgono tutti sul carro, ma quando c’era da scegliere davvero, tra l’Inter e i fuochi d’artificio degli altri, in parecchi hanno preferito farsi abbagliare. Stavolta, invece, ha vinto la squadra più forte. E anche quella meno disposta a nascondersi.
di Federico Arduini
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