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OJ Simpson, l’uomo che correva

Quando OJ Simpson era “The Juice”, l’atleta per eccellenza: l’uomo che ce l’aveva fatta nonostante il colore della sua pelle e il suo problema motorio dall’infanzia

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OJ Simpson, l’uomo che correva

Quando OJ Simpson era “The Juice”, l’atleta per eccellenza: l’uomo che ce l’aveva fatta nonostante il colore della sua pelle e il suo problema motorio dall’infanzia

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OJ Simpson, l’uomo che correva

Quando OJ Simpson era “The Juice”, l’atleta per eccellenza: l’uomo che ce l’aveva fatta nonostante il colore della sua pelle e il suo problema motorio dall’infanzia

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Quando OJ Simpson era “The Juice”, l’atleta per eccellenza: l’uomo che ce l’aveva fatta nonostante il colore della sua pelle e il suo problema motorio dall’infanzia

Quando correva lungo i campi della Nfl – la lega professionistica del football americano – OJ Simpson era “The Juice”, l’atleta per eccellenza, l’uomo che ce l’aveva fatta nonostante il colore della sua pelle e che era divenuto un campione sebbene nell’infanzia non riuscisse a camminare. Poi la corsa che lo aveva reso celebre si era trasformata in qualcos’altro: quella per fuggire dalla polizia lungo le strade di Los Angeles dopo l’accusa di omicidio ai danni della sua ex moglie Nicole e del giovane Ron Goldman.

Ora però la fine della strada è arrivata davvero. OJ Simpson si è spento ieri all’età di 76 anni, dopo una lotta contro il cancro che si era manifestato negli ultimi anni. Dopo una carriera sportiva di primissimo piano, l’ex running back dei Buffalo Bills e dei San Francisco 49ers aveva cambiato strada. Il cinema, la carriera di commentatore e un ruolo di prim’ordine quale rappresentante della comunità nera.

Fino a quell’estate del 1994, quando il processo che lo vide protagonista divenne un caso mediatico senza precedenti. Nonostante le evidenti prove a suo carico, Simpson riuscì a essere assolto. Merito di un dream team di legali capeggiato da Johnnie Cochran, avvocato e attivista per i diritti civili, che giocò con successo la carta della questione razziale: punendo OJ Simpson, un simbolo per la sua gente, si voleva punire la comunità afroamericana dopo le rivolte a sfondo razziale che nel 1992 avevano messo a ferro e fuoco Los Angeles.

L’opinione pubblica però lo aveva già giudicato. Così quando – dopo il processo in sede civile – arrivò una pesante condanna al risarcimento delle famiglie delle vittime, in molti dissero che giustizia era stata fatta. Simpson finì poi in carcere nel 2008 per un altro motivo, aver organizzato una rapina: voleva recuperare alcuni dei trofei che gli erano stati sottratti per essere venduti all’asta nel corso delle azioni risarcitorie. Fu condannato a 33 anni di prigione.

Le poche immagini che circolavano negli ultimi tempi lo ritraevano ormai anziano e malato, ben lontano dai fasti dei suoi anni d’oro. Nel 2017 era tornato in libertà vigilata, ma ormai aveva capito di essere stato dimenticato anche da coloro che lo avevano sostenuto nonostante l’evidenza dei fatti che lo avevano visto coinvolto. Ora che ha lasciato questo mondo, verrà probabilmente ricordato più per le controversie della sua vita che per le sue straordinarie imprese sportive, anche perché dopo quel processo la strada era ormai tracciata e la sua immagine danneggiata per sempre.

Nel comunicato che ne ha annunciato la morte la famiglia ha chiesto il rispetto della riservatezza, sottolineando l’affetto dei suoi cari che lo hanno assistito fino all’ultimo istante. E questa forse è l’ultima rincorsa che è riuscito a completare. Sicuramente, almeno per lui, quella più importante. Al resto penserà la Storia.

di Stefano Faina e Silvio Napolitano

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