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L’Italia va e i bambini non sono rincretiniti

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Sono francamente un po’ stufo di tutto questo parlare della PlayStation, come se i videogiochi in quanto tali fossero il male per i bambini

L’Italia va e i bambini non sono rincretiniti

Sono francamente un po’ stufo di tutto questo parlare della PlayStation, come se i videogiochi in quanto tali fossero il male per i bambini

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L’Italia va e i bambini non sono rincretiniti

Sono francamente un po’ stufo di tutto questo parlare della PlayStation, come se i videogiochi in quanto tali fossero il male per i bambini

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Poche ore dopo l’esordio vincente dell’Italia agli Europei di calcio di Germania (ben più largo del 2-1 finale sull’Albania), mi risuona nelle orecchie l’allarme lanciato dalle colonne del Corriere della Sera da Massimo Gramellini. Secondo l’editorialista del più importante quotidiano italiano, il calcio di casa nostra rischia di essiccarsi perché i ragazzi e i bambini non lo seguirebbero più, riducendosi a una visione per highlights o mediata dei videogiochi.

Una lettura catastrofista non priva di elementi di verità, ma anche drammatizzata per chiunque abbia un contatto reale con il mondo dei bambini e degli adolescenti. I nostri figli non sono tutti invariabilmente inchiodati alla poltrona a giocare alla PlayStation (o all’Xbox…), senza fare sport. Pur cogliendo il valore di alcuni aspetti di un allarme non nuovo, chi ha fatto sport negli anni ‘70 e ‘80 come il sottoscritto e lo ha seguito prima come appassionato e poi professionalmente saprà benissimo o dovrebbe sapere che non c’è alcun paragone possibile su quanto meno si praticasse ai tempi della nostra infanzia e oggi.

Parlando dei professionisti, allora si dovevano arrangiare, mentre oggi godono di un’attenzione e di strutture impensabili 40 anni fa. Pietro Mennea e Sara Simeoni non avevano pedane o piste a loro esclusiva disposizione e costruivano i loro record grazie a un’abnegazione straordinaria. Per tacere dei fratelli Abbagnale. È certamente vero, piuttosto, che manca esattamente ciò che allora sopperiva a una clamorosa carenza di infrastrutture e organizzazione: il cortile. In modo particolare per il calcio, che per sua stessa natura premia i talenti nati nel modo più naturale possibile, allevati in condizioni non propriamente “omologate“.

Sono francamente un po’ stufo anche di tutto questo parlare della PlayStation, come se i videogiochi in quanto tali fossero necessariamente idioti o corruttivi: come sempre, è una questione di dosaggio e di capacità dei genitori di fare il proprio mestiere. Questo far passare i ragazzini, i ragazzi e i giovani di oggi come dei semi imbecilli rintronati dal videogame mi puzza di fuga dalle responsabilità. Se fossimo un paese sedentario senza speranza, moscio, abbrutito da sedute infinite davanti ai monitor, non potremmo avere il N.1 al mondo del tennis e circa altri otto giocatori nei primi 100, sprinter, saltatori, mezzofondisti, piloti, velisti, rugbisti, pallavolisti di caratura mondiale. Come scrivevamo già ieri, il problema nudo e crudo è che non abbiamo calciatori paragonabili a costoro.

Diamoci una mano, magari cominciando dai condomini, in cui è ormai la regola vietare il gioco, non stimolarlo. Il pallone è diventato il grande nemico, per tacere di vicini ormai disabituati all’esistenza stessa dei bambini, ma questo è un altro discorso. Qualche vetro rotto non ha mai fatto guai e ha aiutato a creare dei campioni. Magari pensiamoci, prima di scaricare tutta la responsabilità sulla PlayStation.

di Fulvio Giuliani

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