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Lo streaming che avanza

Nel 2022 lo streaming avrà fatturato 83 miliardi di dollari ed entro tre anni avrà un’audience di 2,3 miliardi di utilizzatori. Alla faccia di chi gridava alla bolla!

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Le bolle iridescenti di sapone sono le più belle ed effimere. Nascono da un elemento liquido, come nel mondo liquido di Zygmunt Bauman che scorre nelle vene del web. Bolle d’ogni tipo, grandezza e tecnicalità scoppiano dove un’innovazione tecnologica ribolle. Non è una probabilità, è una certezza per luddisti e pessimisti così come una consolazione per le startup che non ce l’hanno fatta.

Come fu per telefono, radio, tv, computer, Internet, web e cellulare – per limitarci all’elettronica di massa – arriva puntuale il coro che grida alla bolla delle piattaforme di streaming video a pagamento, dove svetta Netflix, il primo scaffale online di serie tv, film e documentari che al Nasdaq (la Borsa dei titoli tecnologici di Wall Street) condivide l’esclusivo e trilionario acronimo Faang (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google). Certo, la recente bollicina esplosa di Netflix ha fatto soffrire gli azionisti e gioire i concorrenti. Netflix ha approfittato troppo della gente chiusa in casa per il Covid, puntando sulla quantità di titoli e non sulla qualità. E ha pagato perdendo utenti. Gli analisti affermano anche che c’è troppa scelta. Le persone finiscono per passare 20 minuti solo a decidere cosa guardare e alla fine decidono di non guardare nulla (uscite e andate al cinema!). 

Con lo stesso effetto stupore del mago Steve Jobs quando presentò al mondo il primo vero smartphone della storia, Netflix irruppe (2008) nelle case dei telespettatori con una piattaforma online unica, annichilendo le decine di editori di video on demand in abbonamento (SVoD) da anni in affanno. Stabilì, di fatto, uno standard mondiale di efficienza, semplicità e qualità, proprio come fece la Apple con l’iPhone. Ai concorrenti non rimaneva che copiare il tutto, pur con alcune varianti sul modello di business, come quello futuribile per una Amazon che presto ti dirà: «Vuoi bere lo stesso gin o whisky del tuo personaggio preferito in una scena da bar? Compralo adesso e te lo consegniamo nella prossima ora». Era definitivamente partita l’industria della nuova tv senza palinsesti e senza antenna sul tetto (ma con una connessione e per meno di 6 euro al mese, media attuale), che si inseriva da protagonista influente nella subscription economy, dove all’acquisto si sostituisce il prezzo dell’uso e i beni come auto e vestiti sono usati e riciclati, in economia circolare.

La nuova tv avrà fatturato 83 miliardi di dollari di soli abbonamenti nel 2022, incassando una media di 70 dollari all’anno per utente (Arpu) ed entro tre anni avrà un’audience di 2,3 miliardi di utilizzatori. Le curve di crescita sono in salita costante. Nel 2021 ha investito 220 miliardi di dollari in produzioni, con una forte quota in produzioni proprie, perché quasi due terzi degli abbonati rinnovano soltanto se i contenuti sono originali (in ordine d’investimento: Comcast, Disney, Google, Netflix, ViacomCBS, AT&T, Amazon, ecc.). L’analisi degli spettatori indica che la tv classica è ancora la prima scelta della fascia d’età 36-55+ mentre i 4-35enni scelgono i social media e le piattaforme di video on demand (ogni famiglia ha 3 abbonamenti e la previsione è che tale media si alzi a 5).

In un futuro non così lontano le piattaforme potrebbero ritrovarsi tutte in un’unica schermata, dove gli spettatori scelgono il contenuto e non il contenitore: come al cinema, dove raramente si sceglie un titolo per la sua casa di produzione e per il suo distributore. Poi arriveranno i metaversi e gli ologrammi che invaderanno le strade, le case e le camere da letto con le loro storie. E saranno le mille bolle blu.

Di Edoardo Fleischner

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