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L’abbraccio del calcio

Non vi parlerò di tattica e prestazioni, di un’Italia del pallone che ha scoperto imperfezioni e timori, di una squadra ancora e inevitabilmente in mezzo al guado.

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Fortissima con i più deboli, da valutare negli scontri con i titani di questo mondo.
Vi parlerò di vita e di quando il calcio sa farsi cornice e affresco di una storia di uomini.

Chiesa e Pessina sono due storie bellissime, ma quello che consegneremo alla storia della serata di Wembley è un abbraccio di due vecchi amici. Di due campioni di una generazione fa.
Roberto Mancini, che con l’azzurro da calciatore non ebbe alcuna fortuna e oggi sta costruendo qualcosa di potenzialmente grande. Gianluca Vialli, l’uomo che bucò il Mondiale del ‘90, il nostro Mondiale, e oggi è stato chiamato a ricoprire quel ruolo delicatissimo che fu di Gigi Riva. Il monumento della nostra nazionale.

Hanno vissuto uno al fianco dell’altro la vigilia di una partita che avevano percepito di incredibile difficoltà psicologica, ancor prima di arrivare a Wembley. Perché certe cose, determinate sensazioni, le sentì nell’aria. Non serve parlare, basta ‘sentire’ le vibrazioni del gruppo.
Sul prato del monumentale impianto londinese, i due hanno osservato il riscaldamento dei giocatori, in silenzio. Con un mezzo sorriso, carico di nostalgia e qualche timore. Consapevoli che le partite a eliminazione diretta sono esame di maturità, laurea e master per chiunque voglia giocare a pallone ad alto livello.

Tre ore più tardi, quando i due ragazzi usciti dalla panchina ci hanno strappato alle nostre paure, il centravanti e il fantasista di quella meravigliosa avventura umana che fu firmata da Vujadin Boskov si sono cercati come allora. Non c’è occhio delle telecamere, smartphone o social che tenga: quando il calcio ti travolge con le sue emozioni primordiali, puoi solo volare come ai tempi della Samp Campione d’Italia e cercare l’abbraccio del tuo amico. Gli anni non contano, le vittorie e le sconfitte vissute da lontano, le durissime lezioni e cicatrici della vita per qualche secondo semplicemente non sono più e il centravanti scatta come una molla.
L’altro, il fantasista che ancora oggi cerca il colpo di tacco al volo in cravatta, si gira verso il gruppo che esplode di gioia e lo trova. Prima di tutti.

Perché è giusto e naturale che sia così: i gemelli del goal non hanno avuto mai bisogno di schemi o disposizioni per incrociare la loro vita. Ieri sera, non hanno fatto altro che continuare a giocare la loro meravigliosa partita con il destino e lassù qualcuno avrà sorriso.

di Fulvio Giuliani

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