Non si vede perché criticare i festini. Alcune ricostruzioni di quel che avveniva nelle ville bolognesi sembrano scritte apposta per far rimpiangere di non esserci stati. Questo moralismo attorno al sesso e alla goduria è non solo ipocrita, ma letteralmente fuori di luogo, visto che Bologna non ha certo storia e fama di puritanesimo.
Né sembra essere di particolare interesse l’apprendere che ai bagordi partecipasse un frate, giacché il tema del rapporto fra tonache e sesso ha risvolti drammatici per altri aspetti, raccontati, da ultimo, in un libro oggi recensito in terza pagina.
Il discorso cambia completamente ove ci si trovi ad avere a che fare con spaccio di droga, induzione e sfruttamento della prostituzione, fino alla morte quale conseguenza di altro reato (si tratterebbe di una persona defunta per infarto a causa delle sostanze che gli erano state fornite). Tutte cose che, però, non devono essere offerte alla pubblica morbosità né dalle inchieste né dalle solite, rituali e sempre oltraggiose del diritto fughe di notizie. Devono essere accertate e punite in tribunale.
A tal proposito: uno dei coinvolti avrebbe sventolato i verbali della deposizione resa sotto al naso di una ragazza e nel pubblico luogo di un ristorante. Il tema non è la mala creanza, ma la disponibilità di quelle carte. Se quando si verbalizza non in udienza, ma nel corso di una indagine, ciò che viene detto finisce nelle mani dei citati, il problema è in Procura. E no, la festa alla giustizia non è fra le cose ammissibili.
di Gaia Cenol
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