Con la beneficenza non si scherza
| Cronaca
La vicenda del pandoro “griffato” da Chiara Ferragni è molto più di uno scivolone. In questo caso converrebbe alzare le mani e ammettere di aver sbagliato
Con la beneficenza non si scherza
La vicenda del pandoro “griffato” da Chiara Ferragni è molto più di uno scivolone. In questo caso converrebbe alzare le mani e ammettere di aver sbagliato
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Con la beneficenza non si scherza
La vicenda del pandoro “griffato” da Chiara Ferragni è molto più di uno scivolone. In questo caso converrebbe alzare le mani e ammettere di aver sbagliato
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La vicenda del pandoro “griffato” da Chiara Ferragni è molto più di uno scivolone. Non entrerò neanche nel merito del difficile equilibrio fra un brand e il testimonial: chiunque si renderà perfettamente conto che relazioni di questo genere sono sempre una difficile sintesi fra legittimi interessi di parte.
Il problema è capire chi e come abbia giocato sull’equivoco, perché sull’equivoco si è oggettivamente ballato come mai si sarebbe dovuto. Per l’interesse di tutti: dell’azienda, come ovvio, della testimonial che da una vita deve non poco della sua immagine anche a meritorie iniziative di solidarietà e – sopra ogni altra cosa – per il concetto stesso di beneficenza. Quest’ultimo, infatti, resta intimamente legato alla credibilità delle azioni che si annunciano e devono poi realizzarsi. Non staremo neanche qui a fare l’elenco dei casi sconfortanti, che hanno visto gente senza scrupoli approfittarsi vergognosamente nel passato della buona fede dei consumatori minando sino alla radice la bellezza di uno dei gesti più preziosi che esistano: dare una mano al prossimo.
Da quello che abbiamo potuto capire hanno sbagliato tutti, a cominciare dall’azienda. Se anche si fosse trovata “intrappolata“ nel rapporto con una testimonial troppo importante, famosa e ingombrante avrebbe potuto e dovuto gestire in modo decisamente diverso il tutto. Quanto a Chiara Ferragni, l’errore è macroscopico e dispiace, dispiace molto. In questa materia, la mancanza di chiarezza è imperdonabile. Per quel pochissimo che conta, l’ho tante volte difesa e additata a esempio.
Ricordo due casi: quando fu “arruolata” come testimonial degli Uffizi di Firenze e il Festival di Sanremo di quest’anno. Nel primo, contrariamente a quello che sostenevano schiere di benpensanti, l’iniziativa funzionò eccome, generando curiosità per un polo museale in un pubblico normalmente poco attento in materia. Al Festival, senza incantare e pur soffrendo il protagonismo del marito, fece il suo. Lo ricordiamo perché non converrebbe a una star come lei giocare sempre e comunque la carta del preconcetto ai suoi danni. Quando c’è stato, l’abbiamo sottolineato senza farci pregare. In questo caso, converrebbe semplicemente alzare le mani e ammettere che si è sbagliato.
Di Fulvio Giuliani
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