Disagio scolastico
Il disagio scolastico è ormai tangibile e la violenza che in varie forme esplode nelle aule non ne è la causa ma l’effetto
Disagio scolastico
Il disagio scolastico è ormai tangibile e la violenza che in varie forme esplode nelle aule non ne è la causa ma l’effetto
Disagio scolastico
Il disagio scolastico è ormai tangibile e la violenza che in varie forme esplode nelle aule non ne è la causa ma l’effetto
Mentre la professoressa Chiara Mocchi, insegnante di francese, è stata dimessa dall’ospedale, viva per miracolo, e dice di perdonare il suo alunno tredicenne che l’ha accoltellata, il ragazzino è in caserma e ai carabinieri, sbigottiti, rivela: «Mi dispiace non aver ucciso la professoressa». Aggiunge, inoltre, di aver pensato di uccidere anche il padre e la madre. Lo dice – sembra – con lucidità, ossia con quell’astrattezza e insensibilità che può essere tipica di quell’età adolescenziale quando non si è bambini e non si è giovani ma si sta entrando in quella “età della ragione” che rimane a mezz’aria, isolata e fredda come la lama del coltello da Rambo che ha attraversato il corpo della cinquantasettenne docente di scuola media a Trescore Balneario.
Sembra essere un episodio isolato, che fa storia a sé e che non è significativo per capire cosa sia oggi la scuola italiana e cosa pensino e rimuginino gli adolescenti in classe, a casa, con gli amici. Invece sappiamo, per esperienza e per aver letto più volte la stessa notizia dell’accoltellamento a scuola e della violenza varia sugli insegnanti, che la vicenda non è né unica né rara e – facciamo una facile previsione – non sarà neanche l’ultima. La unicità dell’episodio è da trovarsi, semmai, altrove: nell’età davvero giovanissima dell’alunno – 13 anni – e nel tipo di scuola: la media e non, come di solito accade, un istituto di scuola superiore di secondo grado.
Proprio l’età del ragazzino che ha tentato l’omicidio della sua insegnante ci potrebbe far capire che il disagio adolescenziale – come viene definito dagli psichiatri dell’età evolutiva – che sfocia in violenza ha le sue radici in una scuola media che da tanto tempo è diventata una specie di terra di nessuno, persa e stretta com’è tra il ciclo delle elementari e il ciclo delle superiori. La scuola italiana va senz’altro rivista, rivisitata e riformata – cioè le va data una nuova forma, come dice la parola – ma per il luogo in cui siamo e per il tempo che viviamo non ce la sentiamo di suggerire a chicchessia di mettere mano al sistema scolastico italiano. Piuttosto, è senz’altro utile procedere con piccoli ritocchi e interventi mirati per garantire – è tragicomico perfino concepirlo, ma questa è la situazione – sicurezza ai corpi del corpo docente e per dare alla gioventù italiana una stabilità sentimentale e mentale affinché non faccia del male a sé e agli altri più di quanto non lo faccia già di suo la vita.
Ma per almeno provare a combinare qualcosa di buono c’è bisogno di due condizioni: primo, il disagio non riguarda il singolo alunno – che quando si manifesta, peraltro, è già troppo tardi – ma l’intera scuola, che si basa ormai su un rapporto tra insegnante e alunno che si è completamente smarrito perché la scuola è stata trasformata in un ufficio (non in un’azienda, come genericamente si dice) in cui si è dimenticato il suo senso: il miglioramento umano sia dell’alunno sia dell’insegnante; secondo, è bene che tutti – cioè tutti i partiti, tutti i sindacati, tutti quei soggetti che, in fondo, poco o nulla hanno a che vedere o, meglio, avrebbero a che vedere con l’insegnamento e l’educazione – siano persuasi che i mirati interventi di buonsenso vanno adottati con il più vasto consenso possibile. Riportare la scuola a scuola e togliere dalla scuola ciò che non riguarda né l’istruzione né l’educazione è una priorità che riguarda davvero tutti: le famiglie, i quartieri, i paesi, le città e, naturalmente, la scuola stessa. Quando tutto sembra cadere, franare, scivolare via è bene ritornare ai fondamentali con ragionevolezza e responsabilità.
Il disagio scolastico è ormai tangibile e la violenza che in varie forme esplode nelle aule non ne è la causa ma l’effetto. Alunni e insegnanti ne pagano il prezzo maggiore.
di Giancristiano Desiderio
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- Tag: cronaca
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