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Gianni Minà, il narratore dei sogni

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La sua ferrea concezione della professione e della missione del giornalista, capace di raccontare come nessuno avrebbe osato

Gianni Minà, il narratore dei sogni

La sua ferrea concezione della professione e della missione del giornalista, capace di raccontare come nessuno avrebbe osato
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Gianni Minà, il narratore dei sogni

La sua ferrea concezione della professione e della missione del giornalista, capace di raccontare come nessuno avrebbe osato
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Chiedi chi era Gianni Minà, straordinario giornalista e narratore – soprattutto narratore – scomparso ieri all’età di 84 anni. E pensi che quel tipo di giornalista e osservatore (non certo solo dello sport…) semplicemente non esista più. Appassionato e partecipe fino alla faziosità dichiarata, innamorato delle sue idee, dei suoi miti, dei suoi mondi, dei personaggi elevati alla dimensione del mito dalla sua penna e da una capacità descrittiva rarissima. Non potevi che volergli bene e ammirarlo fino in fondo, pur non condividendone magari tutte le idee. E anche senza “magari”. Il segreto alla luce del sole, oltre ad una ferrea concezione della professione e della missione del giornalista, era l’assoluta trasparenza intellettuale. Amava Fidel Castro come un padre e anche se eri lontano mille miglia dall’idea di mondo del leader Maxïmo e non ti sfuggiva neanche uno degli orrori e delle assurdità del folle regime cubano, a Gianni Mina perdonavi tutto. Tanto per cominciare quell’affetto totale e incondizionato per un dittatore, di cui questa penna sopraffina, questo testimone senza mezze misure sembrava riuscire a cogliere solo la dimensione onirica, il sogno irrealizzabile, fino a negare convinto che Castro fosse quel dittatore che è stato. La politica, Cuba, il Sudamerica, gli altri, gli ultimi sempre per primi. Non poteva che essere perdutamente innamorato di sportivi che hanno segnato mezzo secolo, con la loro personalità debordante, le battaglie contro il potere – il politicamente corretto si sarebbe detto oggi – e schierati sempre con gli altri: Mohammed Alì e Diego Armando Maradona. Dei più grandi sportivi dello scorso secolo, intesi come personaggi capaci di travolgere i confini delle rispettive discipline, Gianni Minà fu amico vero e sincero. Li ha raccontati, interpretati come nessuno, perché gli permisero di arrivare lì dove chiunque altro sarebbe stato fermato, tenuto a debita distanza. Come in politica e per Fidel, anche di Alì e Diego fu essenzialmente un cantore. Non pretendeva che la pensassi come lui e che vedessi come lui in questi incredibile uomini di sport dei fari. Lo erano nella sua visione del mondo e della vita, si accontentava di poterli raccontare come nessun altro avrebbe osato, facendo giornalismo in modo oggi impensabile. Manca, ma mancava già da tempo in un mondo sempre più povero di onesti narratori e ricco di protagonisti alla caccia di un palcoscenico. Di Fulvio Giuliani

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