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Jack Sparrow vittima di una donna violenta

Il processo che coinvolge Johnny Depp e Amber Heard è solo a metà ma la testate giornalistiche hanno già pubblicato l’ipotesi che la Heard, soffrendo di disturbo borderline di personalità, da vittima sia in realtà carnefice. Un caso che richiama l’equazione che andrebbe rivista, e che ha danneggiato per anni i pazienti psichiatrici: “disturbo di personalità = comportamento violento”.

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Il processo che coinvolge Johnny Depp e Amber Heard è solo a metà – si stima che durerà ancora un altro mese almeno – eppure la sentenza social è già definitiva: Jack Sparrow è stato vittima di una donna violenta e manipolatrice, che si è finta vittima essendo invece carnefice.

A parte le perplessità legate all’emettere una sentenza popolare quando la Heard non ha ancora testimoniato per dare la sua versione dei fatti, quello che più lascia perplessi è il discorso sulla salute mentale dell’attrice e come è stato messo in relazione con le ipotetiche violenze commesse contro il compagno. Secondo la psicologa forense Shannon Curry, Heard soffrirebbe di Disturbo borderline di personalità. «Chi ne soffre può agire in maniera violenta sia fisicamente sia psicologicamente. È spesso incline ad abusare dei propri partner» sentenzia la specialista. Curioso, perché gli studi clinici e statistici dimostrano invece che il disturbo è diagnosticato nel 75% dei casi in persone di sesso femminile, il 90% delle quali – nel periodo precedente la diagnosi – ha subìto violenza da partner o famigliari. Questo ha portato due esperti, Shaw e Proctor, a definire questa come una diagnosi che patologizza le normali reazioni all’abuso. Anche se è vero che il border (come comunemente viene chiamato) è presente in una buona fetta della popolazione carceraria, chi ne soffre non è quasi mai colpevole di reati contro la persona, a meno che non ci sia anche una comorbilità con il disturbo antisociale di personalità.

Contrariamente dunque alla narrazione che spesso si fa di questa specifica patologia mentale, chi ne soffre è più spesso vittima che carnefice. Eppure, dal momento in cui le principali testate hanno pubblicato l’ipotesi che Heard possa soffrire di Dbp, anche chi prima aveva dubbi circa la possibilità che la donna fosse innocente ne ha decretato la colpevolezza. Questo perché per moltissime persone non è plausibile che una donna sia violenta con un uomo, a meno che non soffra di una qualche patologia mentale che la faccia assomigliare alla Amy di “Gone Girl”. Se un uomo picchia, è violento. Se una donna picchia, è malata. Questo pregiudizio è comprensibile se si osservano i dati statistici. Anche se l’Italia è uno dei Paesi europei in cui le donne denunciano meno violenze domestiche, nel 2019 (secondo l’Istat) i condannati per omicidi in ambito relazionale sono stati per il 98,3% uomini contro l’1,7% di donne. Ciò non toglie che anche queste ultime possano essere violente e che, per esserlo, non debbano necessariamente avere una patologia psichiatrica che ne giustifichi il comportamento.

Questa consapevolezza è necessaria non solo per garantire equità di trattamento a uomini e donne in sede di giudizio ma soprattutto per rompere l’equazione “disturbo di personalità = comportamento violento”: un’equazione che esiste da fin troppo tempo e che troppo spesso ha danneggiato l’intera comunità dei pazienti psichiatrici.

di Maruska Albertazzi

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