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La denuncia di stupro che fa reagire il regime di Pechino

Il caso della campionessa di tennis Peng Shuai. Gli appelli alla comunità internazionale e le pressioni esercitate non sono stati sterili. Liberare Peng non è un’opzione, ma un imperativo nel nome della libertà.

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Lo scorso 2 novembre la tennista cinese Peng Shuai aveva denunciato, attraverso la piattaforma di microblogging “Weibo”, di essere stata vittima di ripetute violenze sessuali. L’atleta non aveva lasciato spazio a dubbi sull’identità del presunto violentatore, accusando uno dei più alti membri della nomenklatura del Partito comunista cinese, l’ex vicepremier Zhang Gaoli, di essere l’autore della sua sofferenza taciuta per tanti anni.

Lo sfogo affidato al web aveva avuto vita breve: dopo appena venti minuti dalla pubblicazione era stato rimosso dalla piattaforma e nessuna delle fonti di informazione del Paese ne aveva dato notizia. Per di più da quel giorno di Shuai non si avevano più notizie certe. Il tennis è uno sport dalla forte vocazione internazionale: milioni di tifosi sparsi per il mondo hanno potuto apprendere del misterioso silenzio attraverso i social network e hanno lanciato appelli alla comunità internazionale affinché intervenisse per scoprire quale sorte fosse toccata all’atleta, doppiamente vittima dell’arbitrio dei potenti che si muovono impudenti al riparo della bandiera del Pcc. Anche la WTA, l’associazione che gestisce i tornei di tennis femminile, aveva minacciato la cancellazione delle dieci tappe previste per l’anno prossimo in Cina se non si avessero avute rassicurazioni sulla condizione della Shuai.

Le pressioni esercitate non sono state sterili. Il 21 novembre il “Global Times” – organo d’informazione del Partito comunista – ha diffuso dei video dove Peng appare in pubblico durante le premiazioni di un torneo giovanile. La tennista sembrava rilassata e sorridente, come a significare di godere di ottima salute e di non essere in pericolo di vita. Nonostante ciò in molti stentano a tirare un sospiro di sollievo perché l’apparente integrità fisica non è anche sintomo di libertà.

Se Peng Shuai potesse disporre della sua autonomia probabilmente non si limiterebbe a firmare autografi ai suoi piccoli tifosi ma, verosimilmente, prenderebbe un aereo e si allontanerebbe da quei confini entro i quali una persona è costretta all’oblio se denuncia la violenza subìta. Domenica scorsa Peng ha poi avuto una videochiamata di circa mezz’ora con i rappresentanti del Comitato olimpico internazionale. «Sto bene e sono al sicuro» ha detto, all’apparenza serena, cercando di tranquillizzare in particolare il presidente Thomas Bach.

Ma una persona libera lo è veramente quando può chiamare chi vuole e quando vuole. E non sembra questo il caso. La campionessa ha dimostrato di avere coraggio da vendere nel pubblicare il suo sfogo, di certo non avrebbe difficoltà a chiedere asilo per proseguire la sua carriera e, soprattutto, la sua vita lontana da un mondo oscuro e omertoso come quello costruito dal comunismo cinese. Ora l’Occidente non esiti ulteriormente: liberare Peng non è un’opzione, ma un imperativo nel nome della libertà.

 

di Stefano Musu

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