La piaga delle baby gang
| Cronaca
Il fenomeno delle baby gang è in costante espansione: da Genova a Milano fino a Roma, cosa accade e soprattutto perché
La piaga delle baby gang
Il fenomeno delle baby gang è in costante espansione: da Genova a Milano fino a Roma, cosa accade e soprattutto perché
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La piaga delle baby gang
Il fenomeno delle baby gang è in costante espansione: da Genova a Milano fino a Roma, cosa accade e soprattutto perché
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Ogni giorno la cronaca riporta episodi di violenza da parte di baby gang costituite da ragazzini e ragazzine minorenni. A fine settembre, a Lodi, la polizia è intervenuta contro una di queste bande che rapinavano studenti rubando cellulari, portafogli, catenine. Il tutto a pochi passi dalla stazione ferroviaria. Nel giorno di Santo Stefano a Casalpusterlengo, sempre in provincia di Lodi, intorno alle 23,30, cinquanta giovani fra i 16 e i 20 anni hanno dato luogo a una maxi-rissa, dopo che un altro gruppo di ragazzi aveva tentato di rubare un cellulare a un coetaneo in piazza del Popolo che stava chiacchierando con altri amici. L’aggressione era premeditata, i giovani avevano con sé delle catene. Lo scontro è stato molto violento e si è esteso nelle strade limitrofe bloccando il traffico. Ci sarebbero stati dei feriti, che si sono però dileguati all’arrivo delle forze dell’ordine.
Il fenomeno delle baby gang ha origini lontane. Gli psicologi affermano che, quando la fonte di frustrazione non può essere controllata, l’aggressività si rivolge verso un obiettivo debole. Spiegazione che, a mio parere, è un po’ semplicistica e non tiene conto che il fenomeno ha un luogo e una data precisa di origine – la Genova degli anni Duemila – e che si è poi progressivamente allargato a macchia d’olio a Milano (soprattutto nella zona dei Navigli) e in altre località della Lombardia. Ma queste risse a colpi di catene e coltelli avvengono anche a Roma, nelle zone della incontrollata movida: a Ponte Milvio sul Tevere e a Trastevere nelle ormai famigerate piazze di San Callisto e Trilussa.
All’inizio si trattava di adolescenti di origine sudamericana, salvadoregni in particolare, comunque figli di famiglie da tempo immigrate e inserite nel contesto locale, che tendevano a imitare – utilizzando gli stessi nomi delle bande locali – i gruppi armati che da molti anni si fronteggiano in quel Paese. Stessi loghi, stessi tatuaggi, stesse magliette, stessa parlata slang. Al di là dei facili sociologismi, questi gruppi sono stati da tempo ‘attenzionati’ dalla ‘ndrangheta per lo spaccio delle droghe sintetiche, per il controllo delle corse irregolari dei cavalli e dei combattimenti fra cani.
Purtroppo il fenomeno è in espansione anche perché – essendo questi ragazzi spesso minorenni, quindi non facilmente perseguibili – sono utilizzati come informatori da una parte e dall’altra: dai criminali della ‘ndrangheta e, ahinoi, dalle stesse forze dell’ordine. Chi ci va di mezzo è il cittadino.
di Andrea Pamparana
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