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Virginia Giuffre: vittima dell’orrore, non “l’accusatrice”

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Il 24 aprile scorso, Virginia Giuffre si è tolta la vita a 41 anni. Ne aveva 17 quando Jeffrey Epstein la consegnò al principe Andrea, divenendo vittima di sfruttamento sessuale e poi accusando i suoi aguzzini

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Virginia Giuffre: vittima dell’orrore, non “l’accusatrice”

Il 24 aprile scorso, Virginia Giuffre si è tolta la vita a 41 anni. Ne aveva 17 quando Jeffrey Epstein la consegnò al principe Andrea, divenendo vittima di sfruttamento sessuale e poi accusando i suoi aguzzini

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Virginia Giuffre: vittima dell’orrore, non “l’accusatrice”

Il 24 aprile scorso, Virginia Giuffre si è tolta la vita a 41 anni. Ne aveva 17 quando Jeffrey Epstein la consegnò al principe Andrea, divenendo vittima di sfruttamento sessuale e poi accusando i suoi aguzzini

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Aveva solo 17 anni quando Virginia Giuffre fu portata da Jeffrey Epstein in Costa Azzurra, in occasione del compleanno della supermodella Naomi Campbell. Per poi andare a Londra, dove finì nelle mani del principe Andrea. Era una ragazza fragile, vulnerabile, inserita in un meccanismo brutale di sfruttamento sessuale e traffico di esseri umani.

Una storia agghiacciante che avrebbe denunciato pubblicamente solo anni dopo, rompendo il muro di silenzio e omertà che ancora oggi circonda vicende simili, soprattutto quando coinvolgono uomini potenti e istituzioni intoccabili. Il principe, che ha negato tutte le accuse mosse nei suoi confronti, ha raggiunto un accordo extragiudiziale con Virginia nel 2022.

Il 24 aprile scorso, Virginia si è tolta la vita. Aveva 41 anni. La sua morte è avvenuta poche settimane dopo che aveva dichiarato sui social di avere solo quattro giorni di vita a seguito di un incidente d’auto, che la polizia ha poi descritto come una collisione minore.

La sua morte ha fatto rapidamente il giro del mondo, rimbalzando sulle home page dei principali media internazionali. Ma il modo in cui è stata raccontata la vicenda ha rivelato qualcosa di ancora più profondo e disturbante. Nei titoli, nei sottotitoli, nei lanci d’agenzia, Virginia Giuffre non era una donna, una sopravvissuta. Era, semplicemente, “l’accusatrice”. Una parola dura, fredda, impersonale. Una parola che cancella la sofferenza, che riduce un’intera esistenza al gesto di puntare il dito.

“La grande accusatrice del principe Andrea”, “l’accusatrice di Epstein”: formule ripetute quasi meccanicamente, che trasformano quel passato che le ha rovinato la vita, in un caso, in una minaccia, in un fastidio. Come se il problema fosse lei e non ciò che ha dovuto subire.

È solo una parola, si potrebbe dire. Ma le parole, soprattutto in casi come questi, sono scelte cariche di implicazioni culturali, sociali e ideologiche. Perché chiamare “accusatrice” una donna che denuncia abusi sessuali significa ribaltare il centro della narrazione: non più una persona che chiede giustizia, ma una figura scomoda, che attacca. Si mette così in discussione il suo ruolo di vittima, si insinua il sospetto, si alimenta la diffidenza.

E poi c’è una domanda ancora più inquietante, più scomoda, che si insinua e che si è posta la giornalista Mariangela Pira: una vittima morta è, in fondo, una vittima più credibile? Come se solo il suicidio potesse certificare l’autenticità della sofferenza. Come se ci volesse la morte per rendere degno di ascolto il dolore di chi ha subito violenza. Le vittime si devono ascoltare quando parlano, non solo quando tacciono per sempre.

“Titoli come quelli letti insultano chi ha subito violenza, che sia sessuale o verbale. – riferisce la giornalista – Una mia collega e amica che l’ha subita mi ha detto: ne sono uscita ma mi ha modificata, è per me un ricordo indelebile. Quello che però perplime è ancora oggi, nel 2025, trasformare la vittima in carnefice.”

Virginia Giuffre ha parlato. Ha trovato la forza di raccontare, di affrontare nomi potenti, di opporsi a sistemi intoccabili. Ha scelto la verità, anche quando questa l’ha lasciata sola. Era una donna con una storia difficile, ma anche con un coraggio feroce: quello di non permettere che il silenzio le rubasse tutto.

Il giornalismo ha una responsabilità enorme: scegliere le parole con cui il mondo viene raccontato. E le parole, soprattutto quando parlano di violenza, hanno un peso, un significato. Dire “accusatrice” è scegliere da che parte stare. È decidere cosa non vedere.

Possiamo fare di meglio.

Di Melania Guarda Ceccoli

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