La pagina de “La Ragione” sulle pensioni (10 novembre) fa riflettere su un tema tanto importante quanto divisivo per gli interessi in gioco. Senza contare gli aspetti di ‘guerra generazionale’: forse aveva visto lontano Francesco Alberoni quando, in “Classi e generazioni” di 50 anni fa, teorizzò come il conflitto di classe venisse superato da quello fra le generazioni.
Luca Ricolfi e la Fondazione Hume mettono in luce come l’Italia presenti lo «scostamento più grande fra età legale ed effettiva: nel 2018 gli uomini sono andati in pensione mediamente a 63,3 anni (3,7 anni prima), mentre le donne sono uscite dal mercato del lavoro a 61,5 anni (5,1 anni prima)». L’ennesimo dualismo del Belpaese. Sembra dunque aver ragione Draghi con la sua ‘gradualità’ quando racconta che, prima di far le riforme, bisogna spiegarle alla gente, in modo da raccogliere il consenso. Perché altrimenti diventa difficile attuare i provvedimenti presi che corrono il rischio di rimanere sulla carta.
Poco per volta si fa strada il principio della flessibilità in uscita. È ragionevole, purché – meglio ribadirlo, a scanso di equivoci – si parli di ‘tutto contributivo’. Anche perché sotto l’aspetto tecnico bisognerebbe tenere conto pure del requisito dell’adeguatezza, specie in vista dell’aumento della quota di contributivo nei montanti pensionabili, man mano che il sistema va a regime.
Infatti il calcolo contributivo è ragguagliato nei coefficienti di trasformazione (il moltiplicatore del montante) all’età del pensionamento. Ma da noi quello che sembra importante è mandare le persone in quiescenza il più presto possibile: intorno ai 60 anni quando potrebbero ancora lavorare; poi a 80 anni, quando l’assegno si è impoverito, lo Stato dice loro di arrangiarsi. A riprova che il nostro non è un Paese per giovani ma neanche per vecchi. Noi, malati di pensionite, siamo un Paese per anziani ancora giovani.
Del resto l’Organizzazione dei Paesi industrializzati non è la prima volta che ci bacchetta. Da tempo la sua linea è chiara, potremmo dire tracciata sulle orme di Elsa Fornero. Infatti nei rapporti Ocse si dice che l’Italia deve dare priorità all’aumento dell’effettiva età in cui si lascia il lavoro, perché questo riflette «la necessità di limitare i sussidi ai pensionamenti anticipati e di attuare adeguatamente il collegamento dell’età di ritiro alla speranza di vita».
Ecco perché, come fa passo a passo Draghi, non c’è niente di perverso nei progetti di incremento dell’età pensionabile. E, ripetiamo con Ricolfi e la Fondazione Hume, attenzione: si parla di età effettiva non dei limiti legali, in coerenza con l’evolversi dell’attesa di vita. Tanto più in un Paese come l’Italia che ‘vanta’ ben 6,5 milioni di trattamenti anticipati a fronte di 4,2 milioni di trattamenti di vecchiaia. Da noi in pensione anticipata ci si va – nonostante le baggianate che circolano liberamente a proposito della riforma Fornero – intorno ai 62 anni, meglio se si è maschi, residenti al Nord e dipendenti pubblici.
di Giuliano Cazzola e Franco Vergnano
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