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La separazione delle carriere

Accavallarsi, la separazione delle carriere

La separazione delle carriere, fra procuratori (addetti alle indagini e all’accusa) e giudici (addetti al giudizio), è un indirizzo di civiltà giuridica e di rigore morale

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Accavallarsi, la separazione delle carriere

La separazione delle carriere, fra procuratori (addetti alle indagini e all’accusa) e giudici (addetti al giudizio), è un indirizzo di civiltà giuridica e di rigore morale

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Accavallarsi, la separazione delle carriere

La separazione delle carriere, fra procuratori (addetti alle indagini e all’accusa) e giudici (addetti al giudizio), è un indirizzo di civiltà giuridica e di rigore morale

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La separazione delle carriere, fra procuratori (addetti alle indagini e all’accusa) e giudici (addetti al giudizio), è un indirizzo di civiltà giuridica e di rigore morale

La separazione delle carriere, fra procuratori (addetti alle indagini e all’accusa) e giudici (addetti al giudizio), è un indirizzo di civiltà giuridica e di rigore morale. Non solo accusa e difesa devono essere collocate sullo stesso piano, ma quel piano deve essere distinto e distante da quello in cui si trova chi deve essere terzo e arbitro della contesa. La separazione delle carriere non è una riforma di destra o di sinistra, ma una necessità che va compresa e condivisa. In fondo la non separazione è quanto previsto dal codice che porta la firma di Benito Mussolini, mentre la separazione è consustanziale alla riforma che porta il nome di una medaglia d’argento della Resistenza, Giuliano Vassalli.

La ripetuta obiezione del fronte contrario – secondo cui sarebbe pericoloso sottrarre l’accusa alla ‘cultura della giurisdizione’, ovvero alla sensibilità del magistrato, ricompreso nel ruolo anche difensivo del cittadino indagato o imputato – si decompone innanzi alla dottrina e alla condotta: per la prima sarebbe come dire che sono sanguinari tutti i sistemi accusatori, che ovunque escludono carriere comuni, il che è forse sfondone esagerato; per la seconda basterà far riferimento alla irragionevole resistenza di un procuratore che s’incaponisce a sentire «illeciti» laddove tutti sentono «leciti». Rassegnatevi: non sta in piedi. In ogni caso non potete fare delle regole autoritarie una specie di ultima trincea ove difendere il diritto e la democrazia.

Posto ciò, un rilievo può e deve essere mosso al governo e alle forze di maggioranza, che meritoriamente sostengono Carlo Nordio in questa giusta battaglia: varare il testo di riforma in un Consiglio dei ministri che si svolge alla vigilia delle elezioni ha un sapore propagandistico che mal si concilia con la serietà della materia. Montare a cavallo di questa riforma e farlo a urne imminenti finisce con l’escludere ogni possibile dialogo con l’opposizione, laddove il più pieno successo politico non consiste nel mettere in minoranza la minoranza, ma nel convincere l’opposizione delle buone ragioni e dell’opportunità di questa riforma. Se tutto è sempre propaganda, la politica si svuota del suo più interessante e produttivo significato.

Una volta in groppa al cavallo della riforma, ancora nella posa stentorea del condottiero in conferenza stampa, si devono fare i conti con l’accavallamento di riforme che hanno rilievo costituzionale. Se questa della giustizia supererà quella del premierato, allora potrà tagliare il traguardo; se si dovrà collocare su quella coda allora traguarderà l’insabbiamento, a tutto vantaggio delle ostilità corporative e delle opposizioni conservative che il frullato politico ha collocato a sinistra. La politica che lascia il segno è quella che punta alla sostanza, non alla bandiera. Il politico più forte e vincente è quello che riesce a far cambiare posizione agli avversari. Altrimenti è un palio corso senza alcun amore per la città, una gara fra fantini mercenari.

Nel corso della scorsa campagna elettorale per le elezioni politiche, vinte da Fratelli d’Italia e grazie alla loro vittoria da una maggioranza di destra, esponenti di quel partito dissero pubblicamente di condividere la proposta che era stata avanzata dalla Fondazione Luigi Einaudi: convocare una ristretta e scadenzata Assemblea Ricostituente. Subito dopo il voto e la vittoria se ne sono dimenticati. Peccato, perché quello strumento non avrebbe intaccato la loro forza, ma avrebbe aumentato la loro influenza. L’agognata egemonia culturale non la si insegue accaparrandosi mestieranti dello spettacolo nell’azienda statale, ma condizionando agenda e vocabolario altrui. Fin qui la destra usa e scimmiotta il vocabolario della sinistra ideologica: due arretratezze che s’aggravano a vicenda.

Ieri è stato soltanto l’avvio, il cavallo è ancora al tondino. Scegliere il coinvolgimento parlamentare, al contrario di quanto fatto circa il premierato, sarebbe dimostrazione di solidità e determinazione.

di Davide Giacalone

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