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Con Macron continua il disegno europeo ma guai ad abbassare la guardia

Le presidenziali francesi ci dicono che il progetto sovranista non è scampato. Anche in Italia serve tenere alta l’attenzione perché Putin, dopo aver perso la scommessa francese, ora volgerà lo sguardo verso di noi.

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Emmanuel Macron ha vinto. Evviva Macron. Esaurito (rapidamente, ci si augura) il tempo dei sospiri di sollievo, conviene ragionare a fondo sul panorama che ci offre il dopo elezioni francesi. La sconfitta di Marine Le Pen – più ancora della vittoria del presidente francese – era precondizione necessaria a continuare il percorso europeo. Per dare corpo al progetto di un’Unione sempre più integrata e, perché no, disposta ad affrontare anche il tabù delle diverse velocità di integrazione. L’antico progetto accarezzato dall’allora cancelliere tedesco Angela Merkel, che potrebbe risultare fondamentale nel nuovo ordine internazionale determinato dalla guerra di aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina.

In quest’ottica, senza Macron semplicemente non si sarebbe mai più parlato di difesa europea, di risposta unitaria alla sfida russa e così via. La sua conferma ha posto le condizioni perché gli europeisti possano continuare il loro lavoro, a patto che sappiano partire da un assunto: il pericolo sovranista non è scampato. Le forze antisistema, perfettamente rappresentate dalla confusa politica identitaria lepenista, continuano ad agitare parole d’ordine molto più immediate ed efficaci – nella loro rozza semplicità – degli ideali unitari, occidentali e atlantisti. Le truppe sovraniste non sono in rotta e neppure in disordinata ritirata. Pur eterogenee, in Francia sono arrivate ad assommare percentuali sconosciute alla storia repubblicana d’Oltralpe.

Passando dalle elezioni legislative francesi di giugno – primo esame per il Macron II – tutta l’attenzione adesso è destinata a spostarsi proprio su noi italiani. Se c’è un Paese in cui le forze variamente identificabili come sovraniste, populiste e antisistema possono vincere quello è l’Italia. I sondaggi non definiscono in alcun modo un fronte politico in grado di esprimere un’idea comune di governo, ma la cosa non incide più di tanto sull’oggettivo rischio che la seconda potenza economica dell’Unione segua percorsi non sovrapponibili a quelli di Marine Le Pen, ma ben distanti dalla linea dell’attuale esecutivo. L’alleanza gialloverde non c’è più, ma le pulsioni comuni sono riconoscibilissime. Pensate alla polemica sulle armi all’Ucraina, appena ripresa a urne aperte in Francia dal leader pentastellato Conte con parole che non potranno non piacere al suo antico sodale Salvini.

Variamente schierate, se queste forze rappresentano ancora una potenziale maggioranza nel futuro Parlamento italiano lo si deve anche alla perdurante assenza di un progetto politico in cui possa riconoscersi quell’ampia fetta di italiani che non ne può più della politica dei like. Per essere ancora più chiari, non c’è e non ci sarà un partito di Mario Draghi e non è chiaro per quale schieramento dovrebbe mai votare chi fosse stufo – come accennavamo ieri commentando l’esito del ballottaggio per l’Eliseo – di giocare in difesa e rincorrere le tronfie truppe sovraniste, quando è evidente che l’unica soluzione è smontare pezzo dopo pezzo l’intera narrazione populista. Mostrarne l’inconsistenza economica, il pericolo esiziale proprio per quelle fasce sociali che si pretende di rappresentare e che finirebbero stritolate per prime dal collasso di sistemi autocratici e sganciati dall’euro, che ancora sono il sogno (silenziato per opportunismo) di tanti. Per tacere dell’ammirazione per Putin che, grazie a Macron, ha perso un’altra scommessa contro di noi e ora volgerà lo sguardo alle elezioni italiane.

Meglio dirselo subito, ricordando quello che i russi sono riusciti a combinare negli Usa. Lì il più grande risultato non fu tanto conquistare la relativa benevolenza di Donald Trump, piuttosto il suo clamoroso rifiuto di riconoscere la sconfitta alle presidenziali. Vulnus in grado di minare il principio stesso che regge lo Stato di diritto democratico. Un favore abnorme non solo a Putin, ma a tutti gli autocrati della Terra. Ecco perché, oltre la sconfitta in sé, è risultato determinante per assestare un colpo alle mire del Cremlino il velocissimo riconoscimento – di cui le va dato atto – della sconfitta da parte di Marine Le Pen. Se vuole vincere, l’Occidente deve mantenere l’iniziativa.

di Fulvio Giuliani

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