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Crisi di governo: liberarsi dei demagoghi

La crisi di governo arriva perché Draghi non sta al gioco dei demagoghi. Possiamo votare anche domani. Possiamo rinviare alla frescura. Possiamo allungare la palla all’anno che verrà. Ma non cambia niente se torniamo a presentare agli elettori programmi che non stanno in piedi al solo fine di stare al potere.

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Sarebbe bastato poco. Sarebbe bastata una di quelle mediazioni che il politicantismo considera il minore dei problemi. Sarebbe bastato accedere subito a un ulteriore scostamento di bilancio, mettere in conto qualche altra spesa assistenzialista e improduttiva, millantata quale “aiuto al popolo”, e il governo avrebbe continuato la sua navigazione, nel mentre la ciurma partitante avrebbe potuto continuare a far pertugi nello scafo. Ma Draghi ha avvertito quel che qui indicavamo da tempo: se si concede troppo a quell’andazzo si perde la diversità dell’esecutivo e anziché riuscire Draghi a domare i demagoghi sarebbero stati i demagoghi a imbrigliare Draghi. E non per ragioni di preminenza, reclamata da galletti castrati e ancor crestuti, ma di sostanza.

Il reclamato scostamento di bilancio, invocato con ragioni di socialità, sarebbe stato asociale. I tassi d’interesse crescono, l’Italia ha un debito pubblico enorme e fatica a riuscire a spendere l’enorme quantità di soldi regalati e prestati a tassi di favore (dalle istituzioni europee): annunciare un ulteriore deficit significa garantirsi un sicuro aumento dello spread, quindi degli interessi da pagare a prestatori che avrebbero la conferma d’avere a che fare con incapaci o imbecilli, con il che ogni euro speso a soccorso avrebbe generato un bisogno di soccorso fiscale o di spesa per interessi superiore al suo stesso valore. Roba da cretini, appunto. I partitanti sono intellettualmente attivi su un altro fronte: raccolta di voti. La colpa è di chi glieli fornisce.

Serve a nulla dilungarsi sulla suggestiva scena del far fuori l’italiano più autorevole, sulla scena internazionale, nonché il solo in grado di tenere in equilibrio gli istinti spendaroli con le compatibilità di bilancio, quindi i finanziamenti europei. Tanto che si era creata la condizione positiva, descritta ieri. Si aggiunga che l’inflazione aiuta i conti pubblici – difatti migliorati nel restare drammatici – ma se la si insegue con la spesa pubblica improduttiva se ne ottiene la crescita ulteriore, sommando il salasso dei privati con l’emorragia delle casse pubbliche.

Possiamo votare anche domani. Possiamo rinviare alla frescura. Possiamo allungare la palla all’anno che verrà. Ma cambia nulla se torniamo a presentare schede false agli elettori. Dobbiamo trovare il modo, guardando avanti, di liberarci da questa maledizione.

Nel 1994 la sinistra (da poco ex comunista) si pensò vincente, per distruzione giudiziaria degli avversari. In quel pensiero c’era la sconfitta della sua cultura migliore e il sopravvento dei suoi istinti peggiori. Berlusconi creò non una ma due false coalizioni, riuscendo a evitare quella vittoria. Fu un bene, ottenuto con il male. Capita, nella vita. Nel 1996 l’intero mondo politico era berlusconizzato, con due false coalizioni che chiedevano di sconfiggere il falso altrui. Andiamo avanti così da allora: false politiche che generano governi di cartapesta. Nel 2018 gli elettori hanno premiato la demagogia senza più neanche la vergogna di sé stessa, sconfiggendo entrambe le false coalizioni. Possiamo continuare così all’infinito, ma è in quel disfacimento che si trova la causa di un trentennio di mancata crescita. Se piace l’impoverimento, avanti con goduria.

Sapere chi “vince” è inutile, se si continua in quello schema, tanto poi non governerà e si sfascerà. Lo scopo del governo Draghi era: lasciate che una persona seria si occupi della rianimazione, mentre la politica imposti le riforme istituzionali e le metta in coerenza con il sistema elettorale. E la politica ha fallito, ancora. A destra fanno finta d’essere prossimi alla vittoria. A sinistra non si capisce come facciano a far finta d’essere ancora dei coalizzati in gara. Senza il coraggio e la lucidità, anche darwiniana, di rompere lo schema. Giocano la rivincita del secolo scorso, mentre l’Italia si declassa nel girone futuro. Liberarsene sarebbe un bene.

Di Davide Giacalone

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