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Dibattiti surreali e conti con la storia

In soli 10 minuti di approfondimento televisivo ciò che salta all’occhio è il ricordo a slogan del passato, al comunismo e al fascismo. Segno che un passato non risolto porta ad un presente che sa di sceneggiata.

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Ieri sera ho fatto qualcosa che sto facendo poco, lo ammetto, in questa campagna elettorale che più volte abbiamo avuto modo di definire noiosa e vuota. Ho guardato 10 minuti di approfondimento televisivo.

Si diceva di una campagna deludente e vuota di contenuti materiali e ideali, che non siano una stanca riproposizione del già sentito. Un ricorso condizionato a slogan e formule incapaci di agitare e sorprendere, finendo – lo scrivevamo ieri – per ricorrere ciascuno alle armi di sempre. Incuranti dell’interesse collettivo. Che sia il reddito di cittadinanza capace di mobilitare almeno una parte delle vecchie truppe del Movimento Cinque Stelle o l’eterna tentazione a indicare nell’avversario il ritorno dei fantasmi del passato.

Comunisti e fascisti, si intende in questo caso, e a quel punto una persona di media intelligenza strabuzza gli occhi davanti allo schermo e spegne la TV. Perché sentir parlare con trasporto e partecipazione di fascismo e comunismo alla sera del 19 settembre 2022 mette a dura prova anche il più fantasioso fra di noi.

Non dei conti ancora da fare con la storia, si badi, ma proprio di fascismo e comunismo al giorno d’oggi. Possibile che non abbiamo altra capacità, se non rinfacciarci un passato che evidentemente non passa? Possibile che all’estero di noi stessi diamo questa immagine così stereotipata e incartapecorita, da spingere la Spd, il Partito socialdemocratico tedesco che in questo momento esprime il cancelliere, a lanciare l’allarme “postfascismo“ nel nostro Paese, in caso di vittoria di Giorgia Meloni? Con immediata e inevitabile reazione a base di comunisti, che a dare del comunista a Letta – più democristiano di così si muore – dovrebbe far scappare da ridere? Possibile.

Pensare che c’è chi parla di mobilitare o almeno interessare in questo modo i giovani, che nel frattempo a scuola a stento hanno sentito parlare di comunismo, fascismo e di Novecento da professori terrorizzati anche solo all’idea di affrontare temi così “divisivi”. Comodo marchio da affibbiare ad argomenti che non si abbia voglia di affrontare, buono persino per una canzone da cantare o meno. È “divisiva“ e così non si prende posizione. Una volta avrebbero parlato di ignavia, ma andiamo avanti.

Se questa sceneggiata può proseguire, del resto, è perché si continua a non voler affrontare il passato. Sostenere che Giorgia Meloni sia fascista tout court fa ridere (e sono due), ma lei stessa non può pensare di crescere, diventare adulta, magari andare a Palazzo Chigi e non rispondere a semplici domande su cosa abbia studiato del fascismo e del post fascismo e cosa pensi di quell’epoca storica e di chiunque intorno a lei non mostri di averne capito la portata.

Non si può liquidare il tema con fastidio e noncuranza. Perché si può non essere fascisti e non aver inteso il disastro e la vergogna storica che fu il fascismo.

 

di Fulvio Giuliani

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