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Draghi al Senato

Draghi fa quel che può e quel che deve. Il suo intervento in parlamento è stato un discorso in continuità con l’azione svolta dall’esecutivo fin dal 24 febbraio, giorno in cui le truppe russe hanno invaso l’Ucraina. 

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Bene. Quello che Mario Draghi doveva dire in Parlamento, alla vigilia del Consiglio Europeo di domani e dopodomani, l’ha detto. Il suo è stato un discorso – e non poteva essere altrimenti – in continuità con l’azione svolta dall’esecutivo fin dal 24 febbraio, giorno in cui le truppe russe hanno invaso l’Ucraina. «Mosca continua ad aggredire Kiev – ha detto – e da parte delle truppe russe continuano le atrocità verso la popolazione civile». Perciò è necessario che l’Italia confermi le sanzioni per Mosca («che stanno funzionando») e il sostegno al governo ucraino perché si arrivi a una pace non subìta bensì scelta, dagli ucraini.

Circa le armi, il mandato delle Camere è già chiaro e non aggirabile. 

Fino all’ultimo secondo, in quello che Casini ha giustamente definito «teatrino», si è cercata una qualche cavillosità che consentisse a tutti i gruppi che sostengono il governo, e segnatamente al M5S, di presentare un documento comune. Uno sforzo, con ogni evidenza, degno di miglior causa. È evidente che il MoVimento abbia cercato fino all’ultimo di scaricare nel dibattito su un tema delicatissimo i propri problemi interni, inseguendo un rattoppo che consentisse sia a Conte che a Di Maio di non perdere la faccia. Dopo le circonvoluzioni dell’ex capo del governo, mentre Draghi parlava le agenzie diffondevano indiscrezioni sul fatto che i sostenitori del ministro degli Esteri stavano raccogliendo firme per formare gruppi autonomi, formalizzando una scissione: pressing increscioso e poco rispettoso dello sforzo a cui il presidente del Consiglio stava richiamando tutti i gruppi parlamentari.

Non funziona così. Se i Cinquestelle, tutti o alcuni, non sono d’accordo e tendono a dissociarsi fino a provocare una crisi, lo facciano alla luce del sole, ritirino i loro ministri e accettino le conseguenze del loro gesto, fino alla possibilità che si sciolgano anticipatamente le Camere, epilogo evidentemente non voluto né da chi si scinde né da chi rimane. In caso contrario, si confrontino dentro la maggioranza senza strumentalità e giochetti. La questione della guerra e delle sue devastanti ripercussioni è troppo seria per essere affrontata con furbizie e personalismi.

La realtà è che siamo di fronte a un gigantesco problema politico, ossia la disgregazione – il crollo – della forza politica che nel 2018 aveva raccolto il voto di un terzo degli italiani e rovesciato il quadro politico bipolare. Invece di affrontare il tema come si conviene, ossia con un’analisi approfondita delle cause del successo prima e del tracollo poi, si preferisce da un lato, quello del Pd, far finta di nulla con Letta che telefona a Di Maio e a Conte come se fosse l’ora del thè; e dall’altro, cioè dei centristi variamente dislocati, deridendo il MoVimento come se quello smottamento non riguardasse l’intero fronte politico e un pezzo rilevante di società.

Ma chi di più fa male a sé stesso è proprio il M5S. Invece di affrontare in modo limpido le questioni, con un dibattito che consenta di capire le ragioni della divaricazione, preferisce infilarsi in una batracomiomachia assumendo di avere l’afflato aulico di un Leopardi salvo scoprire di replicare nient’altro che la caciarosa malmostosità di un Cacini.

Draghi fa quel che può e quel che deve, sapendo che tra pochi mesi si voterà e il suo odierno ruolo terminerà. La guerra invece no, continuerà a produrre i suoi effetti nefasti. Per affrontarne le conseguenze l’Italia avrà bisogno di una guida salda e autorevole. A quel punto, forse, perfino lo stellone preferirà voltarsi altrove.

 

Di Carlo Fusi

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