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Draghi e i piccoli indiani

Dopo lo strappo di Conte, ora tra i partiti è un continuo lanciare appelli affinché Draghi resti: l’impreparazione e la pochezza dei programmi elettorali fanno paura.

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Singolare quello che sta accadendo nelle ultime ore: fermo restando l’azzardo suicida del Movimento Cinque Stelle, non si può certo dire che gli altri partiti della maggioranza scoppiassero di entusiasmo per l’attività dell’esecutivo e tanto meno per la figura del presidente del Consiglio. Giova ricordare che solo sei mesi fa – in fin dei conti – furono sempre loro a far di tutto per tener lontano Mario Draghi dal Quirinale.

Adesso, terrorizzati dalla loro impreparazione e consci della pochezza dei programmi elettorali, è tutto un lanciare appelli, petizioni, ipotizzare rimpasti rigorosamente senza i grillini, giurare fedeltà eterna a Supermario e così via.
C’è da capire lo scetticismo profondo, intimo di Draghi davanti a un simile spettacolo. Così come il ripetere (finché ha parlato) che non esiste un suo governo senza il Movimento. Un’apparente contraddizione, considerata l’elevata irresponsabilità del partito di Conte e la mancanza di rispetto formale e sostanziale, che cela quella che per il capo del governo deve essere una certezza: oggi sono i pentastellati ad aver combinato questo casino, ma domani – neppure dopodomani – è pronta la Lega, poi può toccare a Forza Italia e così via.
Tutti i partiti, a turno, hanno provato in questi 16 mesi a scaricare su di lui e sul governo le tensioni e i costi del partecipare ad un’alleanza oggettivamente innaturale. A rompere è stato Conte, che ora non sa letteralmente come uscirne, ma il presidente del Consiglio ha imparato troppo bene l’assoluta inaffidabilità di un sistema di partiti condannato ad un’ossessiva ripetizione del sempre uguale: appena l’atmosfera sembra farsi normalizzata, emergono le pulsioni incontrollabili dell’interesse particolare, dell’invidia per chi può capitalizzare in splendida solitudine il mestiere più facile dell’opposizione.

Hai voglia a dire: “faremo i buoni e saremo con lei“, ma parliamo pur sempre di sei-otto mesi con vista sulle elezioni. Una tentazione e una paura al contempo troppo forti per organismi assuefatti a vivere con l’orizzonte limitato dai sondaggi. Partiti per cui le urne sono un richiamo quotidiano da affogare nella retorica, privi come sono di un’idea di un progetto che vada oltre una coalizione purché sia, in grado di vincere o di perdere il meno possibile.
Una pochezza strategica da togliere il fiato, che nessuno può conoscere meglio di Draghi, che ci convive da quasi un anno e mezzo.

Gli appelli piovuti dalla società civile, dai sindaci ai rettori, sono di ben altra pasta e fanno respirare in questo contesto soffocante e oppressivo. Non sapremmo dire, però, quanto potranno influenzare la scelta del presidente del Consiglio, che da giovedì non si troverebbe certo a governare con i primi cittadini e i capi delle università, ma con il solito caravanserraglio. Con quei partiti che – spinti dalla disperazione – lo venerano per opportunismo, ma nei fatti continuano a guardarlo con sospetto e diffidenza immutati.

di Fulvio Giuliani

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