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Le comunicazioni di Mario Draghi in vista del Consiglio europeo hanno avuto un gran effetto. Possiamo tornare a parlare di temi che faranno la differenza, come quello dei vaccini. Senza il loro successo, non avremmo una base su cui ripartire.

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Le comunicazioni di Mario Draghi in vista del Consiglio europeo hanno avuto un gran effetto. Possiamo tornare a parlare di temi che faranno la differenza, come quello dei vaccini. Senza il loro successo, non avremmo una base su cui ripartire.
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Le comunicazioni di Mario Draghi in vista del Consiglio europeo hanno avuto un gran effetto. Possiamo tornare a parlare di temi che faranno la differenza, come quello dei vaccini. Senza il loro successo, non avremmo una base su cui ripartire.
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Le comunicazioni del presidente del Consiglio Mario Draghi, in vista del Consiglio europeo dei prossimi 20 e 21 ottobre, hanno avuto l’effetto della campanella di fine ricreazione a scuola. Comunque sia, la buriana elettorale è passata, le città chiamate alle urne hanno i nuovi amministratori (buon lavoro a tutti loro) e finalmente possiamo tornare a occuparci dei temi che faranno la differenza nei mesi a venire. Fra questi, non troveremo il Green Pass, la minaccia fascista e tutto l’armamentario che ancora una volta ha caratterizzato una campagna elettorale così emozionante da non coinvolgere un elettore su due. Come abbiamo sentito nelle comunicazioni del capo del governo al Parlamento, troveremo innanzitutto i vaccini. Senza il loro oggettivo successo, del resto, non avremmo alcuna base su cui ragionare di ripresa e futuro. L’adesione degli italiani alla campagna vaccinale, con particolare elogio ai più giovani, è stata sottolineata con orgoglio da Mario Draghi. Soddisfazione che non deve spingere a crogiolarsi nel successo. Semmai ad accelerare sulle terze vaccinazioni, la cui necessità sembra rafforzata giorno dopo giorno dalla letteratura scientifica e anche dall’esperienza di Paesi partiti prima di noi con la campagna di massa. Si veda Israele o la Gran Bretagna, oggi alle prese con numeri della pandemia che in Italia avrebbero portato dritto a un nuovo lockdown. Mario Draghi, poi, con mascherina blu-Europa d’ordinanza (alla faccia del “non politico”, l’uomo sa perfettamente come comunicare per sottrazione e simboli), ha affrontato il tema dei migranti. Lo ha fatto nell’ottica più europea possibile: il presidente del Consiglio ha parlato di corridoi umanitari e di accordi da prendere con i Paesi da cui originano i flussi migratori, approcciando al problema in un modo che presuppone un totale superamento delle polemiche strumentali a esclusivo uso interno. Lezione valida per l’Italia, ma certo non solo. Tutto questo ricordando l’approssimarsi dell’appuntamento clou del G20, i prossimi 30 e 31 ottobre a Roma, alla presenza dei capi di Stato e di governo. L’Italia ne ha per la prima volta la presidenza di turno e la prossima sarà nel 2047. Non esattamente dopodomani. Curiosità di calendario a parte, spicca la grande opportunità. Non tanto, come talvolta emerso in questi mesi, per segnare dei punti di puro prestigio. Questa è un’antica debolezza italiana, anche della nostra diplomazia: la cosiddetta ‘politica della sedia’. Fare di tutto, facendola talvolta apparire una mania, per esserci in determinati consessi. Ottenere una sedia, appunto, a prescindere dal reale peso e dalla capacità di influenzare le scelte strategiche. La presidenza del G20, che il concatenarsi degli eventi ha voluto coincidesse con Mario Draghi a Palazzo Chigi, è l’occasione più unica che rara di dimostrare un volto diverso del nostro Paese. Meno interessato alla forma e più alla sostanza, quella che abbiamo saputo dimostrare come pochi altri al mondo con i vaccini. E così il cerchio si chiude.   di Fulvio Giuliani

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